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Amedeo
Maiuri, grande studioso
delle antichità
dell'isola di Capri,
sostiene che la più
grandiosa Villa
imperiale di Capri è
Villa Jovis. In realtà
ciò dipende dal fatto
che Villa Jovis gode del
miglior stato di
conservazione fra le
dodici ville capresi
dell'imperatore Tiberio.
Va ricordato che
l'archeologia di Capri è
diretta soprattutto alla
ricerca delle
summenzionate ville in
cui, stando a quanto
racconta lo storico
romano Tacito, Tiberio
si sarebbe ritirato per
sfuggire alle continue
congiure ordite contro
di lui. Queste, secondo
alcuni, furono
addirittura ben 89, nel
periodo precedente il
suo volontario ritiro a
Capri. D'altro canto
l'Imperatore poteva
benissimo dall'isola
governare l'Impero,
attraverso una rete di
fari ché di giorno
inviavano messaggi con
segnali di fumo, e di
notte con bagliori di
fiamme.
Si dice che un messaggio
inviato dal faro di
Villa Jovis impiegasse
solo quattro ore per
raggiungere Roma. Ma, i
messaggi imperiali,
naturalmente, potevano
raggiungere qualsiasi
altra località
dell'Impero. Proprio dal
faro di Villa Jovis
partì l'ordine della
condanna a morte di
Seiano e della sua
famiglia, perché in
assenza di Tiberio, egli
aveva congiurato contro
di lui. Scopertolo,
Tiberio non esitò ad
ordinare la sua condanna
a morte: Seiano fu
trascinato nel Foro
romano appeso a ganci da
macelleria e straziato
fra le urla di disprezzo
del popolo romano. La
moglie fu decapitata e
le figlie femmine, non
potendo essere
giustiziate perché la
legge romana vietava
l'uccisione di vergini,
furono prima sverginate
dai pretoriani e poi
uccise. Il ferale ordine
era partito proprio dal
faro di Villa Jovis, il
più vicino a quello di
Punta Campanella, cui
seguivano gli altri fino
a Roma.
Tiberio si sarebbe
insediato a Capri in
dodici ville, come dice
Tacito, dedicando ogni
villa ad una delle
maggiori divinità
olimpiche: "tum Tiberius
duodecim villarum
numinibus et molibus
insederat.. . ", cioè
"in quel tempo Tiberio
si era insediato (a
Capri) fra gli dei e le
moli di dodici ville. .
. ". Tacito, per la
verità, accusa Tiberio
di lusso sfrenato, di
mollezze, della prassi
di precipitare i
condannati a morte dal
famoso "salto di
Tiberio" di Villa Jovis,
una rupe a strapiombo
sul mare, e anche di
essere un anziano
depravato dedito ad
orge. È del tutto
naturale, comunque, che
Tacito abbia trattato
così Tiberio, da
repubblicano quale era,
nemico dell'Impero. Di
conseguenza, pur essendo
uno storico, ha
infiorettato di
maldicenze la sua
narrazione.
Villa Jovis non è in
realtà la più grandiosa
villa tiberiana, ma solo
quella meglio
conservata. Essa ha le
caratteristiche di una
piccola fortezza,
dominante un'alta rupe
quasi inaccessibile.
Così la descrive Amedeo
Maiuri: "esprime una
volontà di dominio, una
necessità di difesa e
non soltanto un
desiderio di riposo e di
rilassatezza di vita. È
la villa tiberiana per
eccellenza, non solo
perché esprime meglio
d'ogni altra il cupo e
chiuso carattere di
Tiberio, l'amara voluttà
di solitudine e di
distacco dal comune
consorzio degli uomini,
ma perché accolse
l'Imperatore nei momenti
più drammatici del suo
volontario esilio e ne
visse le tragiche ore
del tradimento e della
suprema volontà di
difendere se stesso e
l'Impero".
Un'altra
questione è molto
importante: il nome
della villa. Si sa che
non è stato mai trovato,
né tanto meno gli
scritti storici aiutano
a individuarlo. Tutto
ciò che si sa è che si
tratta di una villa
tiberiana collocata sul
punto più alto di Monte
Tiberio. La tradizione
storica vuole che il
nome della villa sia un
altro. Si! Proprio un
altro. Infatti Svetonio
riporta il nome di una
villa "Jonis" e non "jovis".
Il nome si riferirebbe
dunque al mito di lo, la
sacerdotessa di Hera,
sedotta da Zeus,
trasformata in mucca
dalla gelosa Hera, e
salvata poi dalla dea
Iside presso il suo
santuario in Egitto.
Nel 1734 Villa Jovis fu
completamente rapinata
del materiale decorativo
e di quanto vi si poteva
trovare di prezioso dal
Governatore di Capri
G.M. Secondo, per conto
di Carlo III, Re di
Napoli, desideroso di
trovare materiali utili
per arricchire i suoi
palazzi reali, nonché il
Museo Archeologico da
lui fondato a Napoli.
Nell'800 Norbert Hadrawa
contribuì a tale
spoliazione. L'Hadrawa
era, infatti, solito
inviare al Re di Napoli
solo una piccola parte
di quanto ritrovava
negli scavi
archeologici, il resto
lo rivendeva di nascosto
ai Principi austriaci,
tanto che oggi se si
vuol vedere un bel
pavimento proveniente da
Villa Jovis, bisogna
andare in qualche
castello austriaco, e
non certo al Museo
Archeologico di Napoli.
Due pavimenti
provenienti dalla villa
si sono però salvati e
si trovano nella Chiesa
di Santo Stefano in
piazzetta a Capri.
Nel 1827 furono eseguiti
scavi più seri per conto
del Re Borbone da
Giuseppe Feola,
limitatamente alla parte
est della villa,
documentati poi dallo
stesso Feola in un utile
rapporto. In quella
circostanza furono
ritrovati due vasi di
marmo (puteali) decorati
con ornati in forma di
foglie e di frutta,
foglie di vite e
grappoli di uva, oltre
ad un bel rilievo di età
augustea, tutti
conservati attualmente
al Museo Archeologico di
Napoli.
Nel
1835 Francesco Alvino e
il disegnatore Bernardo
Quaranta copiarono
quanto rimaneva degli
affreschi parietali,
oggi purtroppo
completamente scomparsi,
poiché le intemperie li
hanno cancellati per
sempre. Tentarono anche
una ricostruzione di una
pianta che rimase
incompleta.
Nel 1900 il direttore
dell'Accademia di Belle
Arti di Lipsia, C.
Weichardt, visitò Capri
e, affascinato dalle
rovine di Villa Jovis,
disegnò delle stupende
ricostruzioni sulla base
di quanto appreso
durante la visita degli
scavi del Palatino a
Roma e degli stessi
resti capresi. Queste
ricostruzioni furono
duramente criticate da
Amedeo Maiuri che
scrisse: "lo scavo ha
rivelato inoltre una
razionalità di struttura
che la ricostruzione
troppo scenografica del
Weichardt ha gravemente
e sostanzialmente
falsato".
Mi permetto di
dissentire col Maiuri
perché ritengo che le
ricostruzioni del
Weichardt siano
attendibili perché egli,
prima di arrischiare una
ricostruzione di Villa
Jovis, l'aveva
confrontata coi palazzi
imperiali sul Palatino a
Roma. Si era poi
documentato
scientificamente, come
lui stesso racconta nel
suo libro edito nel
1900, completato, nelle
decorazioni, dai suoi
alunni dell'Accademia di
Belle Arti di Lipsia.
Inoltre bisogna anche
riconoscere che il
Weichardt è molto
modesto nel presentare
le sue ricostruzioni.
Dopo
il 1860 le rovine di
Villa Jovis rimasero in
consegna ad un eremita
che abitava nella
Cappella di Santa Maria
del Soccorso (sorta nel
punto più alto delle
rovine), mentre l'area
demaniale finì per
essere occupata un poco
alla volta dai
proprietari terrieri
della zona, spalleggiati
dallo stesso eremita.
Essi distrussero e
devastarono le
costruzioni, rubando
materiali da
costruzione, mattoni e
marmi, e piantando
frutteti e vigneti sopra
gran parte della villa.
Poco tempo dopo, in una
piccola casetta, vicina
ai resti del famoso faro
di segnalazione di
Tiberio - il telegrafo
tiberiano - si aprì una
piccola osteria, gestita
dalla bella Carmelina.
L'incuria dei luoghi era
arrivata ad un tal punto
che il famoso Sindaco di
Capri, Cerio, inviò al
Ministro Petra un
resoconto sulla
situazione, deplorando
lo stato di abbandono e
chiedendo l'intervento
del governo.
Soltanto nel 1932 la
sistemazione dei luoghi
venne realizzata, grazie
agli scavi archeologici
condotti da Amedeo
Maiuri, Soprintendente
alle Antichità della
Campania, e Direttore
del Museo Archeologico
Nazionale di Napoli. I
lavori,
iniziati
nel 1932 e finiti solo
nel 1935, portarono allo
sgombero delle macerie
che ostruivano gli
ambienti. Inoltre,
finalmente, fu redatta
una pianta di quanto
restava della villa. Nel
1937, poi, in occasione
del bimillenario della
nascita dell'Imperittore
Augusto, venne
solennemente inaugurato
il parco archeologico di
Villa Jovis.
La descrizione di quanto
resta della famosa villa
è estremamente semplice:
il vestibolo di ingresso
si trova a sinistra
dell'odierno ingresso
agli scavi; ad esso
segue un corridoio
inclinato in fondo al
quale si giunge ad una
piccola porticina, verso
gli ambienti di
servizio: cucine,
depositi alimentari,
caserma della guardia
imperiale. Lo stesso
conduce anche ad una
seconda rampa inclinata
e poi ad una scala che
porta al piano
superiore.
Al centro della villa
quattro cisterne. di
proporzioni gigantesche,
garantivano
un'abbondanza di acqua
che sarebbe stata
sufficiente alle
necessità della flotta
imperiale. A sud un
quartiere termale, con
sauna, calidarium,
tepidarium. frigidarium
e sala massaggi. A nord
il quartiere di
residenza imperiale, con
le camere da letto di
Tiberio, del suo
mago-astrologo-indovino
Trasillo, e degli amici
fidati. Ad est la sala
delle feste o, se si
preferisce, la sala del
trono; ancora più a nord
l'am-bulatium, cioè la
loggia imperiale dove
l'imperatore usava
passeggiare dopo i
pasti, come prescriveva
la medicina del tempo.
Al centro della loggia
un triclinio.
Completamente
separato dal complesso,
a sud, la torre del faro
di segnalazione, in
prossimità della
biglietteria. Ne rimane
solo la base, il resto è
crollato in epoca
remota. Questo è quanto
rimane di Villa Jovis,
ma la villa era
sicuramente di
dimensioni maggiori.
È divertente ricordare
qualcosa degli allegri
racconti che si facevano
sulla vita segreta
dell'Imperatore nella
villa. Svetonio narra
che pochi giorni dopo
l'arrivo di Tiberio a
Capri, l'Imperatore se
ne stava solo in
disparte, godendo il
primo sapore di quella
tanto attesa e sospirata
solitudine; allora un
pescatore, eludendo le
vigili guardie del
palazzo, riuscì,
scalando rocce e muri
inaccessibili, a
penetrare nel recinto
della villa, e presentò
all'Imperatore una
triglia (mullus) di
eccezionale grandezza.
Tiberio,
atterrito dall'audacia
del rocciatore, che era
riuscito a violare una
così impenetrabile
fortezza, punì
l'incauto, facendogli
stropicciare sulla
faccia il pesce
squamoso. Il pescatore,
però, si rallegrò di
aver offerto
all'imperatore la
triglia e non
l'aragosta, che aveva
fortunatamente custodito
nella sua bisaccia.
Tiberio, saputolo,
ordinò che anche
l'aragosta gli si
strofinasse sul viso.
Questo aneddoto o
leggenda che sia, si
inquadra mirabilmente
fra le rupi
inaccessibili di Villa
Jovis.
Paolo Luise
Fonte:
Itineraries - Some
stories about Capri
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