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Last Page Update 11/05/2006

 

Le ricette e i cibi nell'antica Pompei
Le ricette
Numerosi erano i trattati di arte culinaria di età greco-ellenistica e romana: di molti di essi conosciamo tuttavia solo il titolo ed il nome dell'autore ma fortunatamente possediamo un vero e proprio ricettario, il De re coquinaria attribuito a Marco Gavio Apicio, in realtà opera databile al N sec. d.C. che include qualche ricetta di Apicio. Egli, vissuto all'epoca dell'imperatore Tiberio, autore di due trattati di culinaria, era un amante della buona cucina, per la quale sperperò l'intero suo patrimonio. Anche i trattati di agronomia di Columella, Varrone, Catone o i testi di scienze naturali come quello di Plinio il Vecchio offrono informazioni preziose su commestibili, pietanze e sui modi di conservare cibi e provviste alimentari. Alle testimonianze letterarie l'Archeologia consente di aggiungere significative testimonianze, specie nell'area vesuviana dove le particolari condizioni di seppellimento dell'eruzione del 79 d.C. hanno conservato intatti anche gli alimenti.

I cibi
Considerato un alimento necessario e insostituibile, nel I sec. d. C. il pane aveva da tempo soppiantato altri cibi e pietanze sulla tavola dei Romani e costituiva il principale apporto di carboidrati della loro dieta. Caduto in disuso il pane di farro (panis farreus), il pane era ottenuto con la farina di grano, di prima o di seconda qualità, fino a quello di infima qualità (panis furfureus), consumato dalla gente più povera o dato ai cani. Altri ingredienti lo rendevano migliore: più dolce, come il pane ottenuto con la farina di miglio; più saporito con miele, vino, latte, olio, frutta candita e pepe (panis artolaganus); più nutriente con lardo e pancetta (panis adipatus). In altri casi la costosa farina di grano era integrata da farina di fave, di lenticchie, di ghiande o di castagne. Il pane consumato in area vesuviana, come dimostrano gli esempi rinvenuti e le pitture, era una pagnotta tonda che poteva essere agevolmente spezzata in spicchi grazie ad una serie di raggi impressi sulla superficie. Si trattava del panis quadratus e quadra era chiamato lo spicchio di pane.
Contrariamente alle abitudini primordiali delle popolazioni italiche, in età imperiale l'alimentazione dei Romani non era più a base vegetariana ma il benessere aveva incrementato il consumo di cibi ricchi di proteine, assunte in particolare con la carne.

Il consumo della carne bovina era in origine vietato per legge in quanto i bovini erano gli animali utilizzati come forza-lavoro nei campi e per i trasporti pesanti. Solo in occasione di cerimonie religiose era consentita l'uccisione di un bovino e la consumazione della carne dopo il sacrificio. Nonostante tali limitazioni dal N sec. a.C. cominciarono a diffondersi gli allevamenti di carne bovina a scopo alimentare ed Apicio fornisce alcune ricette per la sua cottura. Più diffusi gli ovini e il maiale, di cui Plinio vanta i 50 diversi sapori, ma anche i conigli, il pollame, la selvaggina. A titolo di esempio si possono ricordare alcuni rinvenimenti pompeiani: ossa di bovino, di ovino e di suino nella Casa di Giulio Polibio, le costole di vitello rinvenute in 16,7 o quelle di montone rinvenute in un calderotto di bronzo nel 1904, i casi di maiali e porcellini rinvenuti nelle ville del territorio, il coniglio rinvenuto in VII 12, 13, numerose ossa di pollo. Le pitture documentano inoltre il consumo di prosciutti e salsicce. II pollame era allevato anche per le uova, ritrovate in piatti, pentolini, coppe di vetro. Fra le specie animali ricercate dai buongustai romani figuravano anche il pavone, l'asino, il cane, il fenicottero, lo struzzo, la cicogna, il ghiro, allevato in apposite gabbie fittili, i gliraria.

La carne veniva lessata ma anche arrostita come dimostrano gli spiedi, le graticole e le pitture in cui compaiono tali strumenti di cottura.
I Romani si nutrivano anche di pesce, crostacei e molluschi. I pesci più apprezzati erano la murena, l'anguilla, il grongo, il tonno, l'orata, il muggine, la triglia, lo sgombro, il rombo, la sogliola, ma venivano cosumati anche, specie sulle tavole meno ricche, pesciolini quali alici e ghiozzi. I pesci erano in genere pescati con reti, lenze, palamiti. In epoca imperiale si diffuse inoltre la moda dell'ittiocoltura, cioè dell'allevamento di pesci in vivai e piscine. Numerosi sono i rinvenimenti di resti di pesce, definiti lische o squame negli antichi resoconti di scavo, anche se non siamo in grado di precisare sempre se si tratti di pesci cotti da consumare, resti di pasto, pesci conservati sotto sale, residui di salse di pesce, il famoso garum. I due pentolini fittili esposti, rinvenuti a Pompei, conservano resti di pesce, mentre nell'Antiquarium è esposto un pesce. Ugualmente diffuso era il consumo di crostacei (aragoste, gamberi e scampi), documentato solo da pitture e mosaici, e di molluschi, sia gasteropodi e bivalvi di cui restano le conchiglie, sia cefalopodi, di cui può restare solo il cd. osso di seppia.

Le fonti classiche ricordano che proprio in Campania, a Baia, vennero creati da Sergio Orata nel 108 a.C. i primi allevamenti di ostriche. Una campionatura dei principali cereali, legumi, ortaggi e frutta rinvenuti nell'area vesuviana è esposta nell Antiquarium. Ad essi vengono aggiunti i datteri e le carrube da Ercolano, oltre che la minestra di fave rinvenuta in un pignattino di bronzo a Pompei. Si ricordano inoltre i semi di lattuga rinvenuti in una villa rustica, mentre i versi di Columella ricordano cavoli e cipolle pompeiane.
Il miele era l'unico dolcificante che avesse in età romana un'ampia diffusione. Insieme al mosto e alla frutta secca, tale ingrediente compare spesso, oltre che naturalmente nella preparazione di dolci e di bevande, anche nella preparazione di pietanze. Il miele era estratto dai favi degli alveari e l'apicoltura era una delle forme di "allevamento" conosciute e ampiamente praticate dai Romani. A Pompei è attestato il rinvenimento di miele, di un favo, oltre che di iscrizioni su anfore che nominano miele di vario tipo e provenienza: miele di fiori di timo, miele corso, miele despumato.

Fonte
Soprintendenza Archeologica di Pompei

 

L'Intervista

Marco Carli
proprietario del
Ristorante
"Il Principe" in Pompei

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