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Last Page Update 11/05/2006

 

Religione nell'antica Pompei
La circostanza dell'arresto della vita a Pompei e negli altri siti vesuviani per una catastrofica eruzione che nel 79 d.C. sigillò edifici pubblici e privati ed ogni altra opera dell'uomo e della natura, ha consentito l'eccezionale conservazione, in questi luoghi, dell'intera sequenza delle testimonianze che formavano, al momento del cataclisma, la vita pulsante delle comunità locali. Il disseppellimento di edifici di culto pubblico Pompei, casa di Cecilio Giocondo, rilievo con scena di sacrificioe di sacelli privati, di arredi e suppellettili cultuali, e perfino resti di offerte sacrificali, preservati come per una sorta di congelamento, documenta il carattere della religiosità degli abitanti.
Il nucleo essenziale ed originario della religione pompeiana era strettamente legato ai caratteri tipici di una società prevalentemente agricola che riconosceva negli elementi e negli aspetti della natura le forze che regolano, influenzano e determinano le vicende umane e con esse identificava una serie di divinità cui andavano rivolte sollecitazioni specifiche a vantaggio del proprio raccolto o delle varie circostanze della propria vita. Da qui la speciale attenzione rivolta dai Pompeiani ad Ercole, Bacco e Venere, citati da Marziale come numi tutelari della regione sepolta dal Vesuvio. Tale visione concepiva il rapporto con il divino regolato da determinate e reciproche obbligazioni consistenti in una serie di riti, di formule fisse, di precise azioni da compiersi in cambio dell'aiuto divino nelle più svariate circostanze.
Esperto del rituale era il sacerdote, colui che assicurava con la sua presenza il perfetto compimento delle funzioni religiose in onore di questa o quella divinità nel tempio ad essa dedicato, secondo le modalità prescritte, pena la loro nullità. Nel culto pubblico ministro del sacrificio era un magistrato, nel culto privato il ruolo del sacrificante era riservato al capofamiglia (paterfamilias) in quanto depositario della tradizione ricevuta dagli antenati e che trasmetteva ai suoi figli.
Le cerimonie del culto pubblico erano fissate da un elenco di feste distribuito nei singoli mesi dell'anno e prevedevano offerte incruente (libagioni) e sacrifici cruenti (vittime animali). Le libagioni comprendevano svariati prodotti: miele, vino, latte, farro, primizie del raccolto, sia di cereali sia d'uva, focacce di tritello di farro impastate con olio e miele, offerte che avevano luogo anche nel culto domestico. I sacrifici cruenti prevedevano comunemente l'immolazione di un bue (victima), di un montone o di un maiale (hostia), ma venivano praticati anche sacrifici di cavalli, di cani, di galli e galline. Alcune cerimonie particolarmente importanti, come la lustrazione quinquennale della città, richiedevano il sacrificio di più animali, come la cerimonia dei suovetaurilia, in cui venivano immolati un maiale, un montone e un toro.
Le vittime formavano delle categorie distinte secondo la loro età, il sesso e talvolta il colore del vello e, per la purità rituale, non dovevano avere alcun difetto fisico. L'animale veniva condotto all'altare inghirlandato e, talvolta, adorno di una gualdrappa (dorsuale). Dopo averlo cosparso di mola salsa (tritello di farro misto a sale) e avere fatto libagioni di vino, latte e miele, veniva ucciso, raccogliendone il sangue che veniva versato sull'ara. Le viscere della vittima, dopo essere stateGragnano, villa in località Cariano – Larario con serpente esaminate dagli aruspici a scopo divinatorio, sparse di vino ed olio venivano offerte sull'altare agli dei, mentre il resto dell'animale veniva consumato dai partecipanti al rito sacrificale.
Il culto privato che era presente in tutte le circostanze della vita della famiglia, interessava sia i momenti ordinari e particolari quali la nascita, l'assunzione della toga virile, il matrimonio, la morte, i cui riti si svolgevano entro le pareti domestiche, sia le attività agricole le cui cerimonie di lustrazione preservatrice dei campi, dei boschi e del bestiame (offerte di vino e di prodotti agricoli per la preservazione dei buoi, sacrificio di una scrofa prima della mietitura, di un maiale prima del taglio di un bosco) si svolgevano nel podere, al limite della proprietà, al crocicchio (compitum) che ne facilitava l'accesso. Nel quotidiano il culto domestico era praticato davanti ai larari, una sorta di altarini-edicolette di cui quelli più eleganti, come il larario monumentale della Casa del Menandro, erano ubicati negli atri e nei peristili, ambienti rappresentativi della casa, mentre nei locali deputati ai lavori domestici o alla trasformazione dei prodotti necessari alla sussistenza era presente generalmente il larario dipinto, spesso dotato anche di una nicchietta e di annesso aPompei, Complesso di riti magici. Mano votivaltare in muratura. Nelle cucine il larario era collocato proprio nei pressi del focolare che veniva così utilizzato anche come altare per versarvi quotidianamente, all'ora di pranzo, libagioni e dapi.
Presso questi larari esprimevano la loro religiosità anche i servi. Non desta meraviglia trovare perciò in essi la raffigurazione di ingenue offerte votive quali teste di maiale, prosciutti, spiedini con pezzi di carne o anguille, come nel larario della casa di C. Sulpicius Rufus a Pompei o della cosiddetta Villa 6 di Terzigno. In questi altarini domestici si adoravano essenzialmente i Lari, numi tutelari della casa, i Penati custodi delle provviste e il Genio della casa in cui si impersonava la forza procreatrice del capofamiglia. Ad essi i Pompeiani offrivano uova, pigne, nocciole, dolci, elementi di una religione tipicamente agraria che nel loro spirito di conservatorismo religioso custodirono con scrupolo nei loro larari dipinti. Queste esibiscono, generalmente, tali offerte deposte sull'altare verso cui tendono per cibarsene due o talvolta un serpente agathodaimon, simbolo di fertilità e ricchezza.

Fonte
Soprintendenza Archeologica di Pompei

 

L'Intervista

Marco Carli
proprietario del
Ristorante
"Il Principe" in Pompei

 © 2006 -2007 Pompeii-Restaurant.com - Un progetto di Marco e Pina Carli - Ristorante Il Principe ristorante a Pompei.
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