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Tra
gli elementi che
contribuiscono alla
formazione
dell'immagine che ogni
individuo dà di se
stesso fondamentale e il
ruolo dell'abbigliamento
che, da sempre,
contraddistingue
l'appartenenza ad un
determinato ceto
sociale. Naturalmente
ciò avviene anche nel
mondo romano, dove il
modo di vestire denotava
il ruolo e le funzioni
rivestite dai singoli
personaggi.
A settore
dell'abbigliamento e
strettamente legato alla
produzione tessile, che
ieri come oggi,
costituisce un vasto ed
importante settore
economico.
In particolare,
nell'area vesuviana, la
presenza di un'ampia
zona montuosa e
collinare rappresentata
dai Monti Lattari e
dalle loro propaggini
costituiva in età romana
l'ambiente adatto per il
pascolo e l'allevamento
di ovini (Columella,
L'arte dell'agricoltura,
VII, 3, 59), che
forniva la materia prima
all'industria locale
della lavorazione della
Lana, che era uno dei
settori trainanti
dell'economia.
Le
prime fasi della
lavorazione avvenivano,
spesso, nelle stesse
aziende agricole
montane, come farebbero
pensare gli
apprestamenti rinvenuti
nel 1990 in due ville
rustiche edificate su
una fascia pedemontana e
ricadenti nell'attuale
area interna del comune
di Sant'Antonio Abate.
La tosatura della lana
delle pecore veniva
fatta utilizzando cesoie
costituite la due lame
curve fissate su una
molla ad U tra il 21
marzo e il 22 giugno,
cioè tra l'equinozio di
primavera e il solstizio
d'estate, in un periodo
corrispondente
all'inizio della muta
delle pecore
preferibilmente con la
luna calante.
Quest'operazione, che
richiedeva una cura
particolare, era attesa
e festeggiata.
La lana, appena tosata,
intrisa di grasso,
veniva messa a bagno in
apposite vasche con
acqua calda e saponaria
(radix lanaria) che
aveva lo scopo di
sgrassarla, per
eliminare l'esipo, cioè
l'unto del vello delle
pecore. Quest'operazione
doveva essere compiuta
in batterie di tre o
quattro vasche '
disposte in serie, con
circolazione di : acqua
contraria al movimento
della lana.
Si procedeva, quindi,
all'asciugatura in un
luogo aperto dopo la
quale la lana veniva
battuta e aperta con le
dita (slappolatura). Con
larghi pettini
metallici, soprattutto
di ferro, dai denti
ricurvi (Plinio, Storia
Naturale, VIII, 73191)
(ma ne esistono anche
esempi a denti dritti,
come quello esposto in
mostra,
proveniente da Ercolano)
la lana veniva poi
cardata, cioe districata
per renderla uniforme e
dividere le fibre una
dall'altra ed, infine,
riposta in balle per la
spedizione in città
nelle officine (textrinae),
di cui a Pompei esistono
numerosi esempi, dove si
procedeva alle
successive operazioni di
filatura e tessitura.
La filatura, eseguita
con fusi e contrappesi,
consisteva nel
confezionamento dei
gomitoli, mentre con la
tessitura realizzata con
telai, si
confezionavano i
tessuti. Entrambe le
operazioni, tra i
principali lavori
femminili,
erano tenute in
altissima considerazione
presso gli antichi che
onoravano quale
protettrice delle opere
femminili e, in
particolare, della
tessitura Atena-Minerva.
Una volta realizzati, i
tessuti venivano immersi
in ampie vasche
contenenti sostanze
alcaline con proprietà
detergenti, tra le
quali la più economica e
facilmente reperibile
era l'urina fermentata,
sia umana che animale, e
lavati con i piedi.
Questo procedimento,
detto follatura, era
eseguito dai fulloni (fullones)
in apposite officine (fullonicae)
di cui, a Pompei, sono
stati trovati numerosi
esempi. Tra le più
importanti quella di
Marco Vesonio Primo,
dove si trovano ancora
le vasche per il
lavaggio, e quella di
Lucio Veranio Ipseo da
cui provengono pitture
che rappresentano le
varie attività di una
fullonica, ora al Museo
Archeologico Nazionale
di Napoli.
Il tessuto veniva poi
trattato con terra
argillosa per renderlo
più morbido e poi
battuto con mazzuoli di
legno per regolarizzarne
la trama ed accrescere
la coesione tra le
fibre. Sciacquato e
asciugato, veniva
privato della peluria
eccedente mediante
garzatura, che si
otteneva pettinando il
tessuto dall'alto in
basso con una spazzola
fatta di spina vegetale
(dipsacus) o con il
vello del porcospino.
Le
stoffe venivano poi
stese su apposite gabbie
semisferiche (vimeae
caveae), costituite da
bacchette di vimini
tenute incurvate da un
cerchio orizzontale,
sotto il quale era
collocato un recipiente
con zolfo acceso (solforazione):
i vapori di zolfo
servivano a candeggiare
le stoffe di lana.
Al termine di queste
operazioni i tessuti
venivano spazzolati
energicamente con pelle
di porcospino o con
cardi selvatici. Questo
procedimento continuo ad
essere usato per tutto
il Medioevo.
Di nuovo sciacquate, le
stoffe venivano poi
messe ad asciugare su
appositi stenditoi
interni, se le
fullonicae erano dotate
di ambienti
sufficientemente ampi,
oppure stese in strada
con apposito regolamento
che autorizzava i
fulloni a far asciugare
le stoffe su una strada
pubblica, poi ripiegate
e pressate allo scopo di
stirarle. Ad Ercolano e
stata individuata
un'officina di lanarius
(ins.III, n.10) in cui
si conserva l'unico
esempio integro di una
pressa a vite (torcular)
per stirare i tessuti.
Prima della pressatura,
gli operai erano soliti
riempirsi la bocca di
acqua per spruzzare la
stoffa da stirare.
Le fullonicae si
occupavano anche di
lavare e smacchiare i
vestiti già usati, come
le moderne lavanderie,
in particolare la toga
che, essendo l'abito da
indossare in pubblico
per eccellenza,
richiedeva una cura
particolare.
La lana, e i tessuti in
genere, con cui venivano
realizzate le vesti dei
Romani, erano usati nel
loro colore naturale
oppure sottoposti a
tintura con sostanze
coloranti naturali
organiche sia di
origine vegetale che
animale. Era anche
conosciuto l'uso di
mordenti, di cui il più
comune era l'allume
potassico (alumen o
stypteria), che si
trovava in natura in
alcune zone vulcaniche,
come nelle isole di
Milo, in Sicilia e a
Lipari.
Quest'operazione spesso
veniva svolta in
officine specializzate (officinae
tinctoriae) dove i
tessuti venivano fatti
bollire in apposite
caldaie di piombo nelle
soluzioni coloranti.
I
Pompeiani amavano i
colori forti e vivaci
tra cui il rosso in
varie tonalità e il
violetto.
I colori venivano per lo
più importati
dall'Oriente,
dall'Egitto, dalla
Grecia, dall'India
(Plinio, Storia
Naturale, XXXV, 11-22);
particolarmente
apprezzata e richiesta
era la porpora, il più
pregiato di tutti i
coloranti, ricavato
dalla secrezione di due
molluschi: il murex e la
purpura.
Questo colorante era,
tuttavia, molto costoso,
perchè per pochi grammi
di colore erano
necessarie migliaia di
conchiglie inizialmente
importato dalla Fenicia
fu, successivamente,
imitato a Roma e in
altre città italiane
(Ancona, Pozzuoli,
Siracusa), ma si
trattava di una porpora
di qualità più scadente
e meno costosa, per cui
ampiamente diffusa. I
prezzi dei vestiti
naturalmente variavano a
seconda della qualità
della tinta e del numero
di bagni cui erano stati
sottoposti: i tessuti
più comuni erano immersi
in un solo bagno di vera
porpora, poi la tintura
veniva ultimata con
oricello o hermes,
mentre quelli più
preziosi erano passati
in due bagni consecutivi
di vera porpora (Plinio,
Storia Naturale, IX.137).
Oltre alla lana, per
confezionare i vestiti
venivano usate fibre di
origine vegetale (lino,
canapa, cotone,
ginestra, sparto),
ricavate dalle omonime
piante, mediante
processi di macerazione,
battitura ed
essiccazione. Gli steli
venivano immersi in
acqua intiepidita e
tenuti sommersi con
l'aiuto di pesi fino a
quando se ne distaccava
la parte legnosa e
successivamente venivano
asciugati al sole. La
fibra più fine che se ne
distaccava veniva allora
sottoposta agli stessi
procedimenti di
filatura, tessitura e
tintura simili a quelli
usati per la lana
(Plinio, Storia
Naturale, XIX, 3.17),
mentre la stoppa era
usata come lucignolo per
le lucerne. I tessuti di
lino e di
cotone
erano sbiancati al sole
e fatti inumidire dalla
rugiada. Il lino
proveniva soprattutto
dall'Egitto, dove
esistevano manifatture
che esportavano in tutto
il bacino del
Mediterraneo ma la sua
coltivazione era estesa
anche in Gallia, Spagna
e Nord Italia (Plinio,
Storia Naturale, XIX, 2,
7-10).
Il cotone, invece,
veniva importato dall'
Asia Minore,
dall'Arabia, dalla
Siria, dall'Egitto e
dall'India.
A Roma si faceva largo
uso anche della seta, il
sericum, proveniente dal
paese dei Seri, nome con
cui i Romani chiamavano
i Cinesi, produttori di
questo tessuto prezioso,
che non era soltanto il
più morbido, leggero e
cangiante, ma anche
quello che si prestava
meglio alle tinture. Le
matrone adattavano i
colori dei vestiti al
colorito della loro
carnagione,
armonizzandoli come
meglio potevano.
Per soddisfare la grande
richiesta di seta, i
tessuti importati
dall'Oriente, attraverso
le vie carovaniere,
venivano spesso sfilati
per ricavarne un filato
che,
suddiviso
in fili più sottili, era
utilizzato con un ordito
di lino, di lana o
misto, in modo da
ottenere una maggiore
quantità di stoffa con
minore spesa; un tessuto
leggerissimo, quasi
trasparente, molto
simile alla seta, era la
bombicina, proveniente
dall'isola di Coo, che
traeva il suo nome da
quello del baco (bombyx)
che produceva il filo
con il quale era
tessuta; con questa
stoffa si realizzavano
vesti molto trasparenti
e colorate che
mettevano in gran
risalto il corpo
femminile: "... se
indossa una veste di Coo,
dille che Coo la fa più
bella..." consiglia
Ovidio nella sua opera
L'arte di amare (II,
298).
Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH
EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di
Boscoreale 12 marzo-30
maggio 2004
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