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Last Page Update 29/11/2006

 

home > Moda > Abbigliamento > la produzione

La produzione


Musa CalliopeTra gli elementi che contribui­scono alla formazione dell'im­magine che ogni individuo dà di se stesso fondamentale e il ruolo dell'abbigliamento che, da sempre, con­traddistingue l'appartenenza ad un de­terminato ceto sociale. Naturalmente ciò avviene anche nel mondo romano, dove il modo di vestire denotava il ruolo e le funzioni rivestite dai singoli personaggi.
A settore dell'abbigliamento e strettamente legato alla produzione tessile, che ieri come oggi, costituisce un va­sto ed importante settore economico.
In particolare, nell'area vesuviana, la presenza di un'ampia zona montuosa e collinare rappresentata dai Monti Lattari e dalle loro propaggini costituiva in età romana l'ambiente adatto per il pascolo e l'allevamento di ovini (Columella, L'arte dell'agricoltura, VII, 3, 5­9), che forniva la materia prima all'in­dustria locale della lavorazione della Lana, che era uno dei settori trainanti dell'economia.
Scene di fulloni a lavoro. Pompei, Fullonica di Veranio Ipseo (ora Museo Archeologico di Napoli)Le prime fasi della lavorazione avvenivano, spesso, nelle stesse aziende agri­cole montane, come farebbero pensare gli apprestamenti rinvenuti nel 1990 in due ville rustiche edificate su una fascia pedemontana e ricadenti nell'attuale area interna del comune di Sant'Antonio Abate.
La tosatura della lana delle pecore veniva fatta utilizzando cesoie costituite la due lame curve fissate su una molla ad U tra il 21 marzo e il 22 giugno, cioè tra l'equinozio di primavera e il solstizio d'estate, in un periodo corrispondente all'inizio della muta delle pecore preferibilmente con la luna calante. Quest'operazione, che richiedeva una cura particolare, era attesa e festeggiata.

La lana, appena tosata, intrisa di grasso, veniva messa a bagno in ap­posite vasche con acqua calda e saponaria (radix lanaria) che aveva lo scopo di sgrassarla, per eliminare l'esipo, cioè l'unto del vello delle pecore. Quest'operazione doveva essere compiuta in batterie di tre o quattro vasche ' disposte in serie, con circolazione di : acqua contraria al movimento della lana.

Si procedeva, quindi, all'asciugatura in un luogo aperto dopo la quale la lana veniva battuta e aperta con le dita (slappolatura). Con larghi pettini me­tallici, soprattutto di ferro, dai denti ri­curvi (Plinio, Storia Naturale, VIII, 73­191) (ma ne esistono anche esempi a denti dritti, come quello esposto in mostra,Scene di fulloni a lavoro. Pompei, Fullonica di Veranio Ipseo (ora Museo Archeologico di Napoli) proveniente da Ercolano) la lana veniva poi cardata, cioe districata per renderla uniforme e dividere le fibre una dall'altra ed, infine, riposta in balle per la spedizione in città nelle officine (textrinae), di cui a Pompei esistono numerosi esempi, dove si procedeva alle successive operazioni di filatura e tessitura.
La filatura, eseguita con fusi e contrappesi, consisteva nel confezionamento dei gomitoli, mentre con la tessitura realizzata con telai, si confezio­navano i tessuti. Entrambe le operazioni, tra i principali lavori femminili,
erano tenute in altissima considerazione presso gli antichi che onoravano quale protettrice delle opere femminili e, in particolare, della tessitura Atena-Minerva.
Una volta realizzati, i tessuti venivano immersi in ampie vasche contenenti sostanze alcaline con proprietà deter­genti, tra le quali la più economica e facilmente reperibile era l'urina fermentata, sia umana che animale, e lavati con i piedi.
Questo procedimento, detto follatura, era eseguito dai fulloni (fullones) in apposite officine (fullonicae) di cui, a Pompei, sono stati trovati numerosi esempi. Tra le più importanti quella di Marco Vesonio Primo, dove si trovano ancora le vasche per il lavaggio, e quella di Lucio Veranio Ipseo da cui provengono pitture che rappresentano le varie attività di una fullonica, ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il tessuto veniva poi trattato con terra argillosa per renderlo più morbido e poi battuto con mazzuoli di legno per regolarizzarne la trama ed accrescere la coesione tra le fibre. Sciacquato e asciugato, veniva privato della peluria eccedente mediante garzatura, che si otteneva pettinando il tessuto dall'alto in basso con una spazzola fatta di spina vegetale (dipsacus) o con il vello del porcospino.
Donna che fila - Pompei Casa della Venere in conchigliaLe stoffe venivano poi stese su apposite gabbie semisferiche (vimeae caveae), costituite da bacchette di vimini tenute incurvate da un cerchio orizzontale, sotto il quale era collocato un recipiente con zolfo acceso (solforazione): i vapori di zolfo servivano a candeggiare le stoffe di lana.
Al termine di queste operazioni i tes­suti venivano spazzolati energicamente con pelle di porcospino o con cardi selvatici. Questo procedimento continuo ad essere usato per tutto il Medioevo.
Di nuovo sciacquate, le stoffe venivano poi messe ad asciugare su appositi stenditoi interni, se le fullonicae erano dotate di ambienti sufficientemente ampi, oppure stese in strada con apposito regolamento che autorizzava i fulloni a far asciugare le stoffe su una strada pubblica, poi ripiegate e pressate allo scopo di stirarle. Ad Ercolano e stata individuata un'officina di lanarius (ins.III, n.10) in cui si conserva l'unico esempio integro di una pressa a vite (torcular) per stirare i tessuti. Prima della pressatura, gli operai erano soliti riempirsi la bocca di acqua per spruzzare la stoffa da stirare.
Le fullonicae si occupavano anche di lavare e smacchiare i vestiti già usati, come le moderne lavanderie, in particolare la toga che, essendo l'abito da indossare in pubblico per eccellenza, richiedeva una cura particolare.Pesi fittili da telaio
La lana, e i tessuti in genere, con cui venivano realizzate le vesti dei Romani, erano usati nel loro colore naturale op­pure sottoposti a tintura con sostanze coloranti naturali organiche sia di ori­gine vegetale che animale. Era anche conosciuto l'uso di mordenti, di cui il più comune era l'allume potassico (alumen o stypteria), che si trovava in natura in alcune zone vulcaniche, come nelle isole di Milo, in Sicilia e a Lipari.
Quest'operazione spesso veniva svolta in officine specializzate (officinae tinctoriae) dove i tessuti venivano fatti bollire in apposite caldaie di piombo nelle soluzioni coloranti. Ago, fuso e uncinetto in ossoI Pompeiani amavano i colori forti e vivaci tra cui il rosso in varie tonalità e il violetto.
I colori venivano per lo più importati dall'Oriente, dall'Egitto, dalla Grecia, dall'India (Plinio, Storia Naturale, XXXV, 11-22); particolarmente apprezzata e richiesta era la porpora, il più pregiato di tutti i coloranti, ricavato dalla secrezione di due molluschi: il murex e la purpura.

Questo colorante era, tuttavia, molto costoso, perchè per pochi grammi di colore erano necessarie migliaia di conchiglie inizialmente importato dalla Fenicia fu, successivamente, imitato a Roma e in altre città italiane (Ancona, Pozzuoli, Siracusa), ma si trattava di una porpora di qualità più scadente e meno costosa, per cui ampiamente diffusa. I prezzi dei vestiti naturalmente variavano a seconda della qualità della tinta e del numero di bagni cui erano stati sottoposti: i tessuti più comuni erano immersi in un solo bagno di vera porpora, poi la tintura veniva ultimata con oricello o hermes, mentre quelli più preziosi erano passati in due bagni consecutivi di vera porpora (Plinio, Storia Naturale, IX.137).Offerenti
Oltre alla lana, per confezionare i vestiti venivano usate fibre di origine vegetale (lino, canapa, cotone, ginestra, sparto), ricavate dalle omonime piante, mediante processi di macerazione, battitura ed essiccazione. Gli steli venivano immersi in acqua intiepidita e tenuti sommersi con l'aiuto di pesi fino a quando se ne distaccava la parte legnosa e successivamente venivano asciugati al sole. La fibra più fine che se ne distaccava veniva allora sottoposta agli stessi procedimenti di filatura, tes­situra e tintura simili a quelli usati per la lana (Plinio, Storia Naturale, XIX, 3.17), mentre la stoppa era usata come lucignolo per le lucerne. I tessuti di lino e di Pettine da cardatore in ferrocotone erano sbiancati al sole e fatti inumidire dalla rugiada. Il lino proveniva soprattutto dall'Egitto, dove esistevano manifatture che esportavano in tutto il bacino del Me­diterraneo ma la sua coltivazione era estesa anche in Gallia, Spagna e Nord Italia (Plinio, Storia Naturale, XIX, 2, 7-10).
Il cotone, invece, veniva importato dall' Asia Minore, dall'Arabia, dalla Siria, dall'Egitto e dall'India.
A Roma si faceva largo uso anche della seta, il sericum, proveniente dal paese dei Seri, nome con cui i Romani chia­mavano i Cinesi, produttori di questo tessuto prezioso, che non era soltanto il più morbido, leggero e cangiante, ma anche quello che si prestava meglio alle tinture. Le matrone adattavano i colori dei vestiti al colorito della loro carnagione, armonizzandoli come meglio potevano.
Per soddisfare la grande richiesta di seta, i tessuti importati dall'Oriente, attraverso le vie carovaniere, veni­vano spesso sfilati per ricavarne un filato che, Suonatrice di tibiaesuddiviso in fili più sottili, era utilizzato con un ordito di lino, di lana o misto, in modo da ottenere una mag­giore quantità di stoffa con minore spesa; un tessuto leggerissimo, quasi trasparente, molto simile alla seta, era la bombicina, proveniente dall'isola di Coo, che traeva il suo nome da quello del baco (bombyx) che produceva il filo con il quale era tessuta; con questa stoffa si realizzavano vesti molto trasparenti e colorate che met­tevano in gran risalto il corpo femmi­nile: "... se indossa una veste di Coo, dille che Coo la fa più bella..." consiglia Ovidio nella sua opera L'arte di amare (II, 298).

Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di Boscoreale 12 marzo-30 maggio 2004
 

 

L'Intervista

Marco Carli
proprietario del
Ristorante
"Il Principe" in Pompei

 © 2006 -2007 Pompeii-Restaurant.com - Un progetto di Marco e Pina Carli - Ristorante Il Principe ristorante a Pompei.
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