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Last Page Update 29/11/2006

 

home > Moda >  Gli ornamenti personali

Gli ornamenti personali


Ritratto di donna (c.d. Saffo). Pompei (ora Museo Archeologico di Napoli)L'uso dei gioielli realizzati in oro e gemme vide un notevole incremento verso la fine dell'età repubblicana e soprattutto a partire dall'eta augustea (27 a.C.-14 d.C.), quando si erano consolidati e ampliati i mercati orientali da cui provenivano le pietre preziose. Soprattutto le perle, pescate nell'Oceano Indiano e nel Mar Rosso, furono oggetto, stando alle fonti letterarie, di una vera bramosia da parte delle donne, usate non solo nei gioielli ma anche per ornare i vestiti e addirittura i calzari. Questa, almeno, e la situazione descritta, con biasimo, da alcuni scrittori del tempo che riferiscono della follia delle donne per le gemme (Tacito, Annali, III, 53) o che lamentano il grande sperpero di denaro dovuto al loro acquisto (Plinio, Storia Naturale, XII, 84).

Molto amati erano, però, anche gli smeraldi, provenienti per lo più da miniere egiziane, i granati e i diaspri, gemme che, con i loro colori vividi, creavano un forte e apprezzato contrasto con l'oro.
E' questo metallo, infatti, il componente principalmente usato per i monili, molto più dell'argento e di materiali poveri come il bronzo. Per la maggior parte degli ornamenti, infatti, ad eccezione delle collane e degli spilloni per i capelli, viene usato l'oro a preferenza di materiali più economici, come se vi fosse uno scarso interesse per quella che oggi definiamo "bigiotteria".

E' da sottolineare, tuttavia, che la testimonianza degli autori antichi si riferisce, quasi sempre con intento moralistico di biasimo, al ceto elevato della società romana. E' a questa categoria, dunque, che sono da riportare le notizie relative a gioielli di grande pregio e ricchezza e all'uso sovrabbondante di ornamenti, come il noto passo di Plinio il Vecchio in cui si descrive Lollia Paolina"... ricoperta di smeraldi e perle ... con gioielli risplendenti sulla testa, nei capelli, sul collo, alle orecchie e alle dita... " (Plinio, Storia Na­turale, IX, 117 sg.).

Di contro, la maggior parte di esemplari pervenutici sono quelli dalle città vesuviane, che documentano, quindi, quanto normalmente posseduto in città di provincia da ceti medi, patrimoni che, anche quando di ricchezza superiore alla media locale, si distinguono non tanto per la particolare raffinatezza e pregio dei singoli monili quanto per la loro quantità. Ago crinale in argento con amorinoSono, dunque, questi i limiti cronologici (I secolo d.C.) e associativi (un ceto medio di città secondarie) della maggior parte delle te­stimonianze nel quadro che viene presentato.
L'uso di ornare il capo è da mettere in relazione anche alle diverse fogge della pettinatura, innumerevoli secondo Ovidio (L'arte di amare, III, 133 - 152). Strettamente connessi all'acconciatura, che contribuivano a tenere ferma, sono gli aghi crinali e le reticelle: queste ultime (reticula o retiola aurea), in sottili fili d'oro talvolta arricchiti da gemme, dovevano essere poco frequenti (anche per il loro costo) e del tutto rari (anche per la loro delicatezza) sono gli esemplari conservati.

Scarse, peraltro, sono anche le testimonianze iconografiche relative a questo tipo di ornamento, che è raffigurato in alcuni affreschi di Pompei ed Ercolano, prevalentemente indossato da personaggi mitologici.
Molto più diffuso era l'acus crinalis, lo spillone che fissava la pettinatura sulla parte posteriore del capo, caratterizzato da una presa variamente configurata: una ghianda, una pigna, un bocciolo, un busto femminile o addirittura un'intera figura miniaturistica (ad esempio un erote o una Venere). La sua notevole diffusione nelle acconciature e documentata dal considerevole numero di esem­plari restituiti dall'area vesuviana ma, diversamente da altri ornamenti - quali gli anelli, gli orecchini e i bracciali - gli aghi crinali sono molto più numerosi in materiali meno preziosi, come l'osso o l'argento, che in oro. Tra questi ultimi, sono di grande eleganza quelli con la presa in forma di vaso, un cratere, decorato da una gemma. E' ancora da ricordare l'elegante esemplare in vetro, proveniente dalla villa di Crassio Terzio ad Oplontis, che costituisce un unicum dall'area vesuviana.

Diadema in oro e perle. PompeiL'acconciatura del capo poteva essere completata da un diadema. Di questo gioiello, attributo esclusivo delle donne di rango elevato, l'area vesuviana ha restituito un solo, splendido, esemplare in lamina d'oro traforata, nella quale sono incastonate grandi perle barocche.

Molto più diffusi e ampiamente documentati sono gli orecchini (inaures). Staccandosi dal contorno del viso, l'orecchio - e in particolare il lobo - sembra essere sede naturale per collocarvi un or­namento e gli orecchini, infatti, sono da sempre oggetti di abbellimento frequenti presso ogni civiltà. Di essi riferiscono spesso gli autori antichi, ricordandoli come uno dei monili più amati dalle donne che facevano a gara per possederne di sempre più preziosi, provocando le critiche e gli aperti rimproveri dei "benpensanti": "... non appesantite le orecchie con gemme costose... spesso ci mettete in fuga con il lusso attraverso il quale cercate di attirarci" (Ovidio, L'arte di amare, III, 129 - 131). Non sorprende, quindi, se sono, anche nell'area vesuviana, l'ornamento più largamente attestato (ad eccezione degli anelli), con una notevole varietà di modelli che trovano riscontri anche in altre parti del mondo romano coevo.

orecchini in oro. OplontisIl tipo più diffuso, almeno nel ceto medio, e quello detto, dalla sua forma, a spicchio di sfera. E' costituito, infatti, da una lamina d'oro così sagomata, alla quale e saldato un gancio a doppia curva per so­spenderlo all'orecchio. Fra i pochissimi modelli a non avere precedenti ellenistici è ritenuto invenzione degli orefici campani, e caratterizzato dall'ampia superficie liscia che sembra essere uno dei motivi prediletti dall'oreficeria romana. Ve ne sono alcuni, tuttavia in percentuale molto bassa, decorati con una fitta puntinatura ottenuta a sbalzo, economica imitazione della più complessa tecnica della granulazione.

Ma quelli più ambiti e di gran moda, ben documentati anche nelle fonti iconografiche, erano gli orecchini con pendenti costituiti da perle. Di essi parlano frequentemente le fonti letterarie, con riprovazione per lo sperpero di denaro che comportavano. All'autore citato prima si può aggiungere Giovenale: " La donna crede di potersi permette tutto ... quando appende alle orecchie, allungate per il troppo peso, grandi perle". (Satire, VI, 457 - 459). Il pendente poteva essere costituito da un'unica perla, magari di grandi dimensioni, o da due o tre perle o anche da più coppie di perle: "... non ci si limita ad accostare una sola grande perla ad ogni orecchio ... le orecchie sono ormai abituate a sostenere grandi pesi: si uniscono e si sovrappongono coppie a coppie di perle (Seneca. Benefici, VII, 9, 4). Ci si riferisce al tipo denominato crotalia dal tintinnio che le perle produce­vano urtandosi fra loro. I modelli più ricchi, con più di due perle, non sono documentati nell'area vesuviana e dovevano essere prerogativa, per il notevole costo, del ceto più elevato.

orecchini in oro e gemme. OplontisDi grande effetto e ancora una volta con le gemme quale elemento fondamentale e caratterizzante, sono gli orecchini detti "a grappolo" o "a canestro", costituiti da un telaio a rete, in filo o in lamina d'oro, di forma emisferica (da qui il nome attribuitogli) nel quale sono fittamente inserite perline o altre gemme. Rappresentano, fino ad ora, degli unica le varianti di questo modello, in cui il canestro e costituito da, castoni saldati fra loro (da Oplontis) o in cui la bellezza dell'orecchino e affidata esclusivamente all'eleganza della reticella che forma il canestro, senza gemme (da Ercolano).
Venere con orecchini di perle. Pompei, Insula occidentalisAlquanto diffuso, fino al III secolo d.C., e anche l'orecchino, di derivazione ellenistica, costituito da un semplice anello in filo d'oro, a volte decorato con piccole gemme, dal quale pende un filo in oro desinente con una perlina o altra pietra.
Comuni quasi quanto gli orecchini, sono le collane. Ma, diversamente da altri monili, sono pochissime quelle in materiali pregiati e molto più frequenti, almeno nella regione vesuviana, quelle in materiali vili come la pasta di vetro. Evidentemente, in un oggetto che richiede una maggiore quantità di materiale, il costo diventava eccessivo per un ceto medio e, non volendo rinunciarvi, si ricorreva ai modelli di "bigiotteria". orecchini in oro e perle. PompeiIl tipo, sempre uguale - diverso solo per la maggiore o minore lunghezza e costituito da grani sferoidali, di colore turchese, solcati da costolature longitudinali. Un modello analogo, ma con grani lisci in cristallo di rocca, e documentato da due esemplari ad Ercolano, da dove provengono anche due collane con grani di materiali vari, variamente configurati. Tale tipo di col­lana, il cui costo e da ritenersi di valore medio alto, vista la presenza di pietre dure, certamente più elevato delle col­lane in pasta vitrea, sembra aver avuto una particolare valenza apotropaica in considerazione dei soggetti raffigurati in alcuni grani.

Collana in oro e smeraldi con pendente a lunula. OplontisTralasciando quelle ora considerate, tutte le altre collane documentate sono in oro, talvolta arricchito da gemme, non si conoscono esemplari in altro materiale. Le più frequenti sono, ovviamente, quelle più sobrie e meno costose: un semplice girocollo in oro, provvisto di un pendente. Questo è quasi sempre una lunula - un piccolo crescente lunare - amuleto che, secondo Plauto (Epidicus, 639), si usava regalare alle fanciulle in occasione della loro nascita e che, forse, era indossato prevalentemente dalle ragazze e dalle donne non sposate. Da questo tipo di base, vari modelli potevano essere ottenuti variando il tipo delle maglie, il tipo e la forma delle gemme, il tipo di chiusura, creando collane sempre diverse pur partendo dagli stessi elementi costitutivi.
Le maglie delle catenine erano generalmenteCollana in pasta vitrea costituite da elementi in lamina o in filo tagliati a forma di 8, ripiegati e inseriti gli uni negli altri. Nel primo caso, la catena che ne derivava era piatta; nel secondo (questo tipo di maglia è definito loop in loop) assumeva sezione quasi quadrangolare. Negli esemplari di maggiore ricchezza, poi, le catene in filo potevano essere a maglie multiple, così da formare cordoncini di vario spessore. Abbastanza diffusa era anche la catena formata da maglie a
non ripiegate, in filo assai spesso. Più rare le collane con grani, in lamina d'oro, sferoidali o ovoidali più o meno allungati. Le chiusure sono spesso dei semplici ganci, che talvolta sono mascherati da una borchia di varia forma.
Come si è detto, uno sfarzo maggiore poteva essere ottenuto arricchendo il giro collo con pietre preziose - più o meno fitte e agganciate in vario modo - che conferivano al monile una nota cromatica assai apprezzata. Si trattava spesso, come è documentato anche nella regione vesuviana, di smeraldi, in genere a forma di prisma, talvolta alternati a perline. Gli smeraldi, provenienti soprattutto da miniere egiziane, erano molto amati "... per molte cause, certamente perché di nessun colore l'aspetto (del verde) è più gradevole .... Inoltre, soli fra le gemme soddisfano lo sguardo senza saziarlo" (Pli­nio, Storia Naturale, XXX, 7,16).
Un modello di notevole effetto e di grande pregio, del quale sono noti solo pochissimi esemplari, due dei quali dalla regione vesuviana, e quello costituito da più catene di maglia in filo accostate, così da costituire un nastro sul quale sono fissate le pietre preziose.

Collana in oro, smeraldi e perle dal fondo Valiante (ora al Museo Archeologico di Napoli)In particolare, spicca, per uno sfarzo che non ne diminuisce l'eleganza, la collana con grandi perle barocche alternate a smeraldi in forma di prisma, trovata presso un gruppo di quattro vittime dell'eruzione in località Moregine (fondo Valiante). Dall'area vesuviana provengono anche otto esemplari di collane di grande lunghezza, con maglie in lamina o in filo. Particolarmente eleganti sono quelle costituite da una fila di foglie in lamina, come lo splendido esemplare rinvenuto nella Villa di Diomede a Pompei. Di grande valore e bellezza e, ancora, la collana recentemente trovata negli scavi in località Moregine, nel suburbio di Pompei, il cui lunghissimo laccio (cm. 242) e costituito da una maglia multipla del tipo loop in loop.
Potevano essere indossate semplicemente avvolte in più giri attorno al collo e poggiate sulle spalle oppure, come e documentato in alcune fonti iconografiche e come e certo per alcune di esse a causa del modo in cui sono collocate le borchie che le guarniscono, essere disposte a bandoliera, poggiate sulle spalle e incrociate sul petto e sul dorso, con le borchie nei punti di incrocio; o ancora essere indossate a tracolla. Forse, a questo tipo di ornamento si riferisce il passo di Plinio che nomina, nel deplorare l'eccesso di lusso, le catenae d'oro che corrono lungo i fianchi (Plinio, Storia Naturale, XXXIII,12, 40).Ritratto di donna con gioielli. Necropoli del Fayyum - Egitto
Stando a quanto documentato dai ritrovamenti archeologici e, in qualche misura, anche dalle fonti letterarie, il bracciale (armilla), sebbene di antichissima origine, non era fra gli ornamenti più diffusi: gli esemplari documentati nell'area vesuviana sono di numero nettamente inferiore agli orecchini e anche alle collane, se si tiene conto pure di quelle in pasta vitrea. Eppure, il loro impiego era più vario di quello attuale, dal momento che si usava indossarli sia alle braccia che ai polsi ed anche alle caviglie (periscelides) Sono quasi sempre in oro, pochi quelli in argento e ancor meno quelli in bronzo. Negli esemplari in oro, spesso, la verga non è piena ma costituita da una lamina. Il modello prevalente, almeno nella zona fra Pompei ed Ercolano, e quella a ser­pente, generalmente con il corpo del rettile avvolto in una o più spire, più raramente a due teste affrontate. In questo tipo di armilla si possono distinguere diverse varianti che, come è stato ipotizzato, avrebbero anche un significato cronologico. Collana lunga in oro con pendente a lunula. ErcolanoLe armille con verga a nastro avvolta in spire e teste di serpe divergenti alle due estremità del bracciale, come la coppia trovata nella casa del Fauno a Pompei, sembrano essere tra le più antiche, ancora del I secolo a.C. Quelle con verga pure a nastro ma con una sola testa, sarebbero, invece, da collocare in età augustea; mentre gli esemplari con verga tonda, sarebbero pertinenti al I sec. d.C. inoltrato. Se tale ipotesi risponde al vero, la sopravvivenza di un monile del I secolo a.C. ancora nel 79 d.C. documenterebbe anche l'esistenza di "gioielli di famiglia" conservati per più generazioni.
Il particolare favore di questo tipo e stato ricondotto al significato apotropaico e religioso che veniva attribuito al serpente, simbolo di fecondità e legato al mondo dionisiaco e isiaco oltre che a di­vinità salutari, quali Asclepio.

Gamba fittile votiva con caviglieraGli esemplari conservati mostrano una resa naturalistica, sia nel corpo, assottigliato verso la coda e del quale si cerca di rendere le scaglie della pelle, che nella testa, in genere accuratamente modellata, con gli occhi resi da perline di pasta vitrea.
Molto frequenti anche le armille con semplice verga tonda, cava ma spesso riempita di resina o altro materiale per ottenere una maggiore solidità. Possono avere un castone liscio, appena accennato, e affidare la loro bellezza solo all'eleganza della linea o recare una o più gemme, spesso uno smeraldo, nella ricerca degli amati contrasti cromatici fra l'oro e il colore della gemma.
Un altro modello tipico di questo periodo sono i bracciali costituiti da una serie di calotte ovoidali o di coppie di calotte semisferiche agganciate fra loro.
La diffusione di questo tipo, come quello degli orecchini a spicchio di sfera e delle armille a verga tonda ricordate prima, e apparsa legata ad una certa predilezione invalsa nell'oreficeria romana, fra il I secolo a.C. e il I d.C., per le ampie superfici lisce, in contrapposizione con le superfici increspate da fitte granulazioni e filigrane proprie del mondo etrusco ed elle­nistico.Collana lunga in oro. Oplontis
Più rari altri modelli, come le armille con verga a nastro e castone decorato a sbalzo o quelle a maglie rigide. L'ornamento più diffuso, presente in quasi tutti i contesti documentati dove, spesso, e l'unico monile esistente, e l'anello, come e attestato anche dalla quantità di esemplari trovati nell'area vesuviana molto superiore a quella degli altri monili. Tale dato, del resto, sembra ovvio, dal momento che era frequentemente indossato, e con uso smodato, anche dagli uomini, come ricordano con ironia alcuni epigrammi di Marziale: "... Charinus porta sei anelli ad ogni dito" (XI, 59) ; ":.. chi sarà quel ricciutello ..: che porta ad ogni dito un anellino..." (V, 61); "Il mio Stella ... porta sardonici, smeraldi, diamanti e diaspri ad ogni dito" (V,11). La sua diffusione, inoltre, sembra legata anche al fatto che non vennero mai meno il suo significato simbolico (come anello di fidanzamento o coniugale o anche regalo di compleanno per le donne) e la sua funzione di sigillo: da quest'ultima deriva il gran numero di anelli con castone o con gemma incisa.
Come gli orecchini e le armille, anche questo oggetto di ornamento era per lo più realizzato in oro, mentre pochissimi esemplari sono in argento o ferro e ancor meno quelli in bronzo. Dirce con collana lunga incrociata sul petto. Pompei, Casa dei VettiiTra i vari modelli documentati prevalgono nettamente gli anelli con il castone decorato da una gemma, spesso incisa; la verga è liscia e per lo più cava, realizzata con una lamina, di solito riempita con resina o altra sostanza che le conferiva maggiore solidità. Le gemme più usate sono smeraldi (sempre lisci), prasii, granati, ametiste, niccoli, quarzi ma soprattutto corniole, queste ultime quasi sempre incise. L'utilizzo di quest'ultima pietra e dovuto, verosimilmente, sia al suo minor costo (non a caso e quella sempre usata negli anelli in ferro) che alla caratteristica, quando impiegata come sigillo, di non attaccarsi alla cera (Plinio, Storia Naturale, XXXVII, 30 - 31).
Un altro modello di larga diffusione, ma nettamente inferiore al precedente, è quello - assai semplice - con verga liscia che si slarga verso un castone, più o meno definito, liscio o inciso.

Armilla a serpente in oro. Territorio di PompeiRelativamente poco numerosi, invece, gli esemplari trovati nell'area vesuviana del più caratteristico degli anelli: quello a corpo di serpente, nelle varianti a due teste affrontate - talvolta con una patera (piatto per offerte rituali) nella bocca - o con il rettile avvolto in spire. Del signifi­cato della forma si è già detto a proposito delle armille analoghe. Si può ancora osservare il rovesciamento di proporzioni, rispetto agli altri tipi di anelli, tra la quantità degli esemplari in oro e quella degli esemplari in argento o bronzo, essendo questi ultimi nettamente più numerosi. Il dato appare troppo netto per essere casuale: si potrebbe ipotizzare che questo tipo di anello avesse un valore simbolico particolare e che fosse legato a certe categorie di persone.

Non sembrano essere stati particolarmente apprezzati, stando al numero di esemplari ritrovati, gli anelli a semplice cerchio, con verga a sezione circolare liscia o, più raramente, godronata. Ancora più rari quelli in cui la verga si sdoppia formando due anelli con castoni lisci combacianti.

Armilla a semisfere in oro e orecchini a spicchio di sferaEsaminati i modelli maggiormente in uso, sarebbe di grande interesse ricostruire come i monili venivano indossati dalle antiche pompeiane o, per meglio dire, in quale combinazione prevalente e in quale misura.
A tal fine, pur nel loro fondamentale valore documentario, i dati archeologici dell'area vesuviana non sono particolarmente illuminanti, dal momento che solo poche volte i monili sono stati rinvenuti indossati. Più spesso, infatti, almeno una parte di essi erano accanto ai corpi delle vittime dell'eruzione ma non indossata, evidentemente portata in piccoli contenitori, assieme a monete e altri oggetti di pregio. Più significativa sembrerebbe la testimonianza offerta dalle fonti letterarie e, soprattutto, iconografiche. Queste, infatti, descrivono o mostrano i tipi, le quantità e il modo di indossare i gioielli. Ma sia le une che le altre sono lontane dalla realtà alla quale si riporta la documentazione vesuviana. Le prime, infatti, si riferiscono, attraverso le notazioni critiche e ironiche degli scrittori del tempo, quasi sempre fortemente satiriche verso il lusso smodato, alle classi più ricche di Roma, come anche, oltre a quelli citati in precedenza, il divertente passo di Petronio "... Fortunata si tolse le armille dalle sue braccia grassissime per mostrarle all'ammirazione di Scintilla. Alla fine si tolse anche i cerchi dalle caviglie e la reticella d'oro dai capelli ..." (Satyricon, LXVII). Sono relative, quindi, a casi eccezionali e non ad un costume medio.

Le seconde, nella maggior parte dei casi, sono costituite dalle pitture parietali che raffigurano scene mitologiche derivanti da modelli della pittura greca, variamente rielaborati, attraverso l'uso di "cartoni" utilizzati dalle officine dei pit­tori locali. Tale circostanza produce due risultati che entrambi inficiano il valore della testimonianza relativamente all'argomento in esame. Da un lato, infatti, trattandosi di rielaborazioni derivanti da pitture di epoca precedente, anche i monili raffigurati potrebbero documentare mode più antiche del I secolo d.C. Dall'altro, trattandosi di figure mitologiche o, comunque, inserite in contesto fuori dalla realtà comune, e verosimile pensare che il pictor esaltasse i vari personaggi anche con una ricchezza di ornamenti maggiore che nella realtà media, come appare dal notevole numero di figure ornate con diademi e collane, rispetto alla scarsa frequenza con cui tali gioielli ricorrono nella documentazione archeologica esistente.

Anello a serpente in oroSarebbe, forse, più rappresentativa al riguardo la pittura popolare, dal momento che raffigura scene di vita quotidiana o sebbene rari, veri e propri ritratti. Ma in questo tipo di pitture, peraltro conservate in scarso numero, normalmente non si riscontra la presenza di monili se non in pochissimi casi, come, ad esempio, la c.d. Saffo (una pittura raffigurante un ritratto femminile, da Pompei) con la capigliatura racchiusa in una reticella d'oro.
Un'altra classe di raffigurazioni di grande interesse è costituita dai ritratti dipinti su tavola che talvolta erano collocati sui defunti in alcune necropoli egiziane. Sebbene in massima parte relativi al II - III se­colo d.C., ve ne sono anche alcuni databili al I secolo d.C. e quindi pertinenti all'argomento e al periodo di cui si tratta. Il loro esame mostra una frequente presenza, nei ritratti femminili, di collana ed orecchini.

Questi ultimi documentano spesso tipologie note in area vesuviana e altrove nel mondo romano, come ad esempio gli orecchini a spicchio di sfera. Questa parure, con orecchini e collana in materiali preziosi, sembrerebbe quindi essere alla moda e consueta. Ma è da considerare che questa classe di pitture è legata al ceto più elevato, che poteva affrontare la spesa dell'imbalsamazione e della realizzazione di un ritratto, da affidare a pittori esperti. Anello in bronzo con castone incisoAnche questa documentazione, pertanto, sembra relativa ad una fascia sociale molto elevata, diversa da quella mediamente presente nell'area vesuviana.

Pur senza trascurare l'importanza delle testimonianze sopra esaminate, esse non sembrano essere di valore assoluto ma solo uno degli elementi che possono contribuire a delineare il quadro complessivo unitamente ai dati archeologici.
Questi ultimi mostrano una notevole frequenza di anelli, generalmente in oro, motivata dal fatto che, come si è detto, anche gli uomini li indossavano. Una quantità rilevante di collane, se si includano anche quelle in materiali più o meno poveri, e di orecchini. Un numero nettamente inferiore di armille e ancora più modesto di aghi crinali, anche considerando quelli in materiali poveri come l'osso. Rari, infine, i diademi.

Anello in oro con gemma incisaPossiamo dunque concludere che gli oggetti di ornamento ricercati dalle donne dell'epoca erano quelli da sempre desiderati: collane, orecchini, bracciali e anelli; questi ultimi, possibilmente, da indossare in più di un esemplare per ciascuna mano. Tuttavia, solo raramente nella società vesuviana, stando alla documentazione esistente, era possibile permettersi una parure completa in materiali preziosi. Il più delle volte, le donne dovevano conten­tarsi di anelli, orecchini del semplice tipo a spicchio di sfera e di una modesta collana in pasta di vetro.

Cenni bibliografici:
C. Barini,
Ornatus muliebris.
I gioielli e le antiche romane, Torino 1958
A. d'Ambrosio E. De Carolis,
I monili dall'area vesuviana, Roma 1997
A. d'Ambrosio,
I monili dallo scavo di Moregine,
in MEFRA 113, 2001, pp. 967-980
A. d'Ambrosio,
Gli ornamenti femminili dall'area vesuviana,
in Aa.Vv., Storie da un'eruzione. Pompei, Ercolano, Oplontis, Milano 2003, pp. 45­55
L. Pirzio Biroli Stefanelli,
foro dei romani. Gioielli di età imperiale, Roma 1992
Fonti classiche citate:
Giovenale, Satire Marziale, Epigrammi Ovidio, L'arte di amare Petronio, Satyricon Plauto, Epidicus Plinio, Storia Naturale Seneca, Benefici Tacito, Annali

Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di Boscoreale 12 marzo-30 maggio 2004
 

 

L'Intervista

Marco Carli
proprietario del
Ristorante
"Il Principe" in Pompei

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