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L'uso
dei gioielli realizzati
in oro e gemme vide un
notevole incremento
verso la fine dell'età
repubblicana e
soprattutto a partire
dall'eta augustea (27
a.C.-14 d.C.), quando si
erano consolidati e
ampliati i mercati
orientali da cui
provenivano le pietre
preziose. Soprattutto le
perle, pescate
nell'Oceano Indiano e
nel Mar Rosso, furono
oggetto, stando alle
fonti letterarie, di una
vera bramosia da parte
delle donne, usate non
solo nei gioielli ma
anche per ornare i
vestiti e addirittura i
calzari. Questa, almeno,
e la situazione
descritta, con biasimo,
da alcuni scrittori del
tempo che riferiscono
della follia delle donne
per le gemme (Tacito,
Annali, III, 53) o che
lamentano il grande
sperpero di denaro
dovuto al loro acquisto
(Plinio, Storia
Naturale, XII, 84).
Molto amati erano, però,
anche gli smeraldi,
provenienti per lo più
da miniere egiziane, i
granati e i diaspri,
gemme che, con i loro
colori vividi, creavano
un forte e apprezzato
contrasto con l'oro.
E' questo metallo,
infatti, il componente
principalmente usato per
i monili, molto più
dell'argento e di
materiali poveri come il
bronzo. Per la maggior
parte degli ornamenti,
infatti, ad eccezione
delle collane e degli
spilloni per i capelli,
viene usato l'oro a
preferenza di materiali
più economici, come se
vi fosse uno scarso
interesse per quella che
oggi definiamo
"bigiotteria".
E' da sottolineare,
tuttavia, che la
testimonianza degli
autori antichi si
riferisce, quasi sempre
con intento moralistico
di biasimo, al ceto
elevato della società
romana. E' a questa
categoria, dunque, che
sono da riportare le
notizie relative a
gioielli di grande
pregio e ricchezza e
all'uso sovrabbondante
di ornamenti, come il
noto passo di Plinio il
Vecchio in cui si
descrive Lollia
Paolina"... ricoperta di
smeraldi e perle ... con
gioielli risplendenti
sulla testa, nei
capelli, sul collo, alle
orecchie e alle dita...
" (Plinio, Storia
Naturale, IX, 117 sg.).
Di contro, la maggior
parte di esemplari
pervenutici sono quelli
dalle città vesuviane,
che documentano, quindi,
quanto normalmente
posseduto in città di
provincia da ceti medi,
patrimoni che, anche
quando di ricchezza
superiore alla media
locale, si distinguono
non tanto per la
particolare raffinatezza
e pregio dei singoli
monili quanto per la
loro quantità.
Sono,
dunque, questi i limiti
cronologici (I secolo
d.C.) e associativi (un
ceto medio di città
secondarie) della
maggior parte delle
testimonianze nel
quadro che viene
presentato.
L'uso di ornare il capo
è da mettere in
relazione anche alle
diverse fogge della
pettinatura,
innumerevoli secondo
Ovidio (L'arte di amare,
III, 133 - 152).
Strettamente connessi
all'acconciatura, che
contribuivano a tenere
ferma, sono gli aghi
crinali e le reticelle:
queste ultime (reticula
o retiola aurea), in
sottili fili d'oro
talvolta arricchiti da
gemme, dovevano essere
poco frequenti (anche
per il loro costo) e del
tutto rari (anche per la
loro delicatezza) sono
gli esemplari
conservati.
Scarse, peraltro, sono
anche le testimonianze
iconografiche relative a
questo tipo di
ornamento, che è
raffigurato in alcuni
affreschi di Pompei ed
Ercolano,
prevalentemente
indossato da personaggi
mitologici.
Molto più diffuso era l'acus
crinalis, lo spillone
che fissava la
pettinatura sulla parte
posteriore del capo,
caratterizzato da una
presa variamente
configurata: una
ghianda, una pigna, un
bocciolo, un busto
femminile o addirittura
un'intera figura
miniaturistica (ad
esempio un erote o una
Venere). La sua notevole
diffusione nelle
acconciature e
documentata dal
considerevole numero di
esemplari restituiti
dall'area vesuviana ma,
diversamente da altri
ornamenti - quali gli
anelli, gli orecchini e
i bracciali - gli aghi
crinali sono molto più
numerosi in materiali
meno preziosi, come
l'osso o l'argento, che
in oro. Tra questi
ultimi, sono di grande
eleganza quelli con la
presa in forma di vaso,
un cratere, decorato da
una gemma. E' ancora da
ricordare l'elegante
esemplare in vetro,
proveniente dalla villa
di Crassio Terzio ad
Oplontis, che
costituisce un unicum
dall'area vesuviana.
L'acconciatura
del capo poteva essere
completata da un
diadema. Di questo
gioiello, attributo
esclusivo delle donne di
rango elevato, l'area
vesuviana ha restituito
un solo, splendido,
esemplare in lamina
d'oro traforata, nella
quale sono incastonate
grandi perle barocche.
Molto più diffusi e
ampiamente documentati
sono gli orecchini (inaures).
Staccandosi dal contorno
del viso, l'orecchio - e
in particolare il lobo -
sembra essere sede
naturale per collocarvi
un ornamento e gli
orecchini, infatti, sono
da sempre oggetti di
abbellimento frequenti
presso ogni civiltà. Di
essi riferiscono spesso
gli autori antichi,
ricordandoli come uno
dei monili più amati
dalle donne che facevano
a gara per possederne di
sempre più preziosi,
provocando le critiche e
gli aperti rimproveri
dei "benpensanti": "...
non appesantite le
orecchie con gemme
costose... spesso ci
mettete in fuga con il
lusso attraverso il
quale cercate di
attirarci" (Ovidio,
L'arte di amare, III,
129 - 131). Non
sorprende, quindi, se
sono, anche nell'area
vesuviana, l'ornamento
più largamente attestato
(ad eccezione degli
anelli), con una
notevole varietà di
modelli che trovano
riscontri anche in altre
parti del mondo romano
coevo.
Il
tipo più diffuso, almeno
nel ceto medio, e quello
detto, dalla sua forma,
a spicchio di sfera. E'
costituito, infatti, da
una lamina d'oro così
sagomata, alla quale e
saldato un gancio a
doppia curva per
sospenderlo
all'orecchio. Fra i
pochissimi modelli a non
avere precedenti
ellenistici è ritenuto
invenzione degli orefici
campani, e
caratterizzato
dall'ampia superficie
liscia che sembra essere
uno dei motivi
prediletti
dall'oreficeria romana.
Ve ne sono alcuni,
tuttavia in percentuale
molto bassa, decorati
con una fitta
puntinatura ottenuta a
sbalzo, economica
imitazione della più
complessa tecnica della
granulazione.
Ma quelli più ambiti e
di gran moda, ben
documentati anche nelle
fonti iconografiche,
erano gli orecchini con
pendenti costituiti da
perle. Di essi parlano
frequentemente le fonti
letterarie, con
riprovazione per lo
sperpero di denaro che
comportavano. All'autore
citato prima si può
aggiungere Giovenale: "
La donna crede di
potersi permette tutto
... quando appende alle
orecchie, allungate per
il troppo peso, grandi
perle". (Satire, VI, 457
- 459). Il pendente
poteva essere costituito
da un'unica perla,
magari di grandi
dimensioni, o da due o
tre perle o anche da più
coppie di perle: "...
non ci si limita ad
accostare una sola
grande perla ad ogni
orecchio ... le orecchie
sono ormai abituate a
sostenere grandi pesi:
si uniscono e si
sovrappongono coppie a
coppie di perle (Seneca.
Benefici, VII, 9, 4). Ci
si riferisce al tipo
denominato crotalia dal
tintinnio che le perle
producevano urtandosi
fra loro. I modelli più
ricchi, con più di due
perle, non sono
documentati nell'area
vesuviana e dovevano
essere prerogativa, per
il notevole costo, del
ceto più elevato.
Di
grande effetto e ancora
una volta con le gemme
quale elemento
fondamentale e
caratterizzante, sono
gli orecchini detti "a
grappolo" o "a
canestro", costituiti da
un telaio a rete, in
filo o in lamina d'oro,
di forma emisferica (da
qui il nome
attribuitogli) nel quale
sono fittamente inserite
perline o altre gemme.
Rappresentano, fino ad
ora, degli unica le
varianti di questo
modello, in cui il
canestro e costituito
da, castoni saldati fra
loro (da Oplontis) o in
cui la bellezza
dell'orecchino e
affidata esclusivamente
all'eleganza della
reticella che forma il
canestro, senza gemme
(da Ercolano).
Alquanto
diffuso, fino al III
secolo d.C., e anche
l'orecchino, di
derivazione ellenistica,
costituito da un
semplice anello in filo
d'oro, a volte decorato
con piccole gemme, dal
quale pende un filo in
oro desinente con una
perlina o altra pietra.
Comuni quasi quanto gli
orecchini, sono le
collane. Ma,
diversamente da altri
monili, sono pochissime
quelle in materiali
pregiati e molto più
frequenti, almeno nella
regione vesuviana,
quelle in materiali vili
come la pasta di vetro.
Evidentemente, in un
oggetto che richiede una
maggiore quantità di
materiale, il costo
diventava eccessivo per
un ceto medio e, non
volendo rinunciarvi, si
ricorreva ai modelli di
"bigiotteria".
Il
tipo, sempre uguale -
diverso solo per la
maggiore o minore
lunghezza e costituito
da grani sferoidali, di
colore turchese, solcati
da costolature
longitudinali. Un
modello analogo, ma con
grani lisci in cristallo
di rocca, e documentato
da due esemplari ad
Ercolano, da dove
provengono anche due
collane con grani di
materiali vari,
variamente configurati.
Tale tipo di collana,
il cui costo e da
ritenersi di valore
medio alto, vista la
presenza di pietre dure,
certamente più elevato
delle collane in pasta
vitrea, sembra aver
avuto una particolare
valenza apotropaica in
considerazione dei
soggetti raffigurati in
alcuni grani.
Tralasciando
quelle ora considerate,
tutte le altre collane
documentate sono in oro,
talvolta arricchito da
gemme, non si conoscono
esemplari in altro
materiale. Le più
frequenti sono,
ovviamente, quelle più
sobrie e meno costose:
un semplice girocollo in
oro, provvisto di un
pendente. Questo è quasi
sempre una lunula - un
piccolo crescente lunare
- amuleto che, secondo
Plauto (Epidicus, 639),
si usava regalare alle
fanciulle in occasione
della loro nascita e
che, forse, era
indossato
prevalentemente dalle
ragazze e dalle donne
non sposate. Da questo
tipo di base, vari
modelli potevano essere
ottenuti variando il
tipo delle maglie, il
tipo e la forma delle
gemme, il tipo di
chiusura, creando
collane sempre diverse
pur partendo dagli
stessi elementi
costitutivi.
Le maglie delle catenine
erano generalmente
costituite da elementi
in lamina o in filo
tagliati a forma di 8,
ripiegati e inseriti gli
uni negli altri. Nel
primo caso, la catena
che ne derivava era
piatta; nel secondo
(questo tipo di maglia è
definito loop in loop)
assumeva sezione quasi
quadrangolare. Negli
esemplari di maggiore
ricchezza, poi, le
catene in filo potevano
essere a maglie
multiple, così da
formare cordoncini di
vario spessore.
Abbastanza diffusa era
anche la catena formata
da maglie a
∞
non ripiegate, in filo
assai spesso. Più rare
le collane con grani, in
lamina d'oro, sferoidali
o ovoidali più o meno
allungati. Le chiusure
sono spesso dei semplici
ganci, che talvolta sono
mascherati da una
borchia di varia forma.
Come si è detto, uno
sfarzo maggiore poteva
essere ottenuto
arricchendo il giro
collo con pietre
preziose - più o meno
fitte e agganciate in
vario modo - che
conferivano al monile
una nota cromatica assai
apprezzata. Si trattava
spesso, come è
documentato anche nella
regione vesuviana, di
smeraldi, in genere a
forma di prisma,
talvolta alternati a
perline. Gli smeraldi,
provenienti soprattutto
da miniere egiziane,
erano molto amati "...
per molte cause,
certamente perché di
nessun colore l'aspetto
(del verde) è più
gradevole .... Inoltre,
soli fra le gemme
soddisfano lo sguardo
senza saziarlo" (Plinio,
Storia Naturale, XXX,
7,16).
Un modello di notevole
effetto e di grande
pregio, del quale sono
noti solo pochissimi
esemplari, due dei quali
dalla regione vesuviana,
e quello costituito da
più catene di maglia in
filo accostate, così da
costituire un nastro sul
quale sono fissate le
pietre preziose.
In
particolare, spicca, per
uno sfarzo che non ne
diminuisce l'eleganza,
la collana con grandi
perle barocche alternate
a smeraldi in forma di
prisma, trovata presso
un gruppo di quattro
vittime dell'eruzione in
località Moregine (fondo
Valiante). Dall'area
vesuviana provengono
anche otto esemplari di
collane di grande
lunghezza, con maglie in
lamina o in filo.
Particolarmente eleganti
sono quelle costituite
da una fila di foglie in
lamina, come lo
splendido esemplare
rinvenuto nella Villa di
Diomede a Pompei. Di
grande valore e bellezza
e, ancora, la collana
recentemente trovata
negli scavi in località
Moregine, nel suburbio
di Pompei, il cui
lunghissimo laccio (cm.
242) e costituito da una
maglia multipla del tipo
loop in loop.
Potevano essere
indossate semplicemente
avvolte in più giri
attorno al collo e
poggiate sulle spalle
oppure, come e
documentato in alcune
fonti iconografiche e
come e certo per alcune
di esse a causa del modo
in cui sono collocate le
borchie che le
guarniscono, essere
disposte a bandoliera,
poggiate sulle spalle e
incrociate sul petto e
sul dorso, con le
borchie nei punti di
incrocio; o ancora
essere indossate a
tracolla. Forse, a
questo tipo di ornamento
si riferisce il passo di
Plinio che nomina, nel
deplorare l'eccesso di
lusso, le catenae d'oro
che corrono lungo i
fianchi (Plinio, Storia
Naturale, XXXIII,12,
40).
Stando a quanto
documentato dai
ritrovamenti
archeologici e, in
qualche misura, anche
dalle fonti letterarie,
il bracciale (armilla),
sebbene di antichissima
origine, non era fra gli
ornamenti più diffusi:
gli esemplari
documentati nell'area
vesuviana sono di numero
nettamente inferiore
agli orecchini e anche
alle collane, se si
tiene conto pure di
quelle in pasta vitrea.
Eppure, il loro impiego
era più vario di quello
attuale, dal momento che
si usava indossarli sia
alle braccia che ai
polsi ed anche alle
caviglie (periscelides)
Sono quasi sempre in
oro, pochi quelli in
argento e ancor meno
quelli in bronzo. Negli
esemplari in oro,
spesso, la verga non è
piena ma costituita da
una lamina. Il modello
prevalente, almeno nella
zona fra Pompei ed
Ercolano, e quella a
serpente, generalmente
con il corpo del rettile
avvolto in una o più
spire, più raramente a
due teste affrontate. In
questo tipo di armilla
si possono distinguere
diverse varianti che,
come è stato ipotizzato,
avrebbero anche un
significato cronologico.
Le
armille con verga a
nastro avvolta in spire
e teste di serpe
divergenti alle due
estremità del bracciale,
come la coppia trovata
nella casa del Fauno a
Pompei, sembrano essere
tra le più antiche,
ancora del I secolo a.C.
Quelle con verga pure a
nastro ma con una sola
testa, sarebbero,
invece, da collocare in
età augustea; mentre gli
esemplari con verga
tonda, sarebbero
pertinenti al I sec.
d.C. inoltrato. Se tale
ipotesi risponde al
vero, la sopravvivenza
di un monile del I
secolo a.C. ancora nel
79 d.C. documenterebbe
anche l'esistenza di
"gioielli di famiglia"
conservati per più
generazioni.
Il particolare favore di
questo tipo e stato
ricondotto al
significato apotropaico
e religioso che veniva
attribuito al serpente,
simbolo di fecondità e
legato al mondo
dionisiaco e isiaco
oltre che a divinità
salutari, quali
Asclepio.
Gli
esemplari conservati
mostrano una resa
naturalistica, sia nel
corpo, assottigliato
verso la coda e del
quale si cerca di
rendere le scaglie della
pelle, che nella testa,
in genere accuratamente
modellata, con gli occhi
resi da perline di pasta
vitrea.
Molto frequenti anche le
armille con semplice
verga tonda, cava ma
spesso riempita di
resina o altro materiale
per ottenere una
maggiore solidità.
Possono avere un castone
liscio, appena
accennato, e affidare la
loro bellezza solo
all'eleganza della linea
o recare una o più
gemme, spesso uno
smeraldo, nella ricerca
degli amati contrasti
cromatici fra l'oro e il
colore della gemma.
Un altro modello tipico
di questo periodo sono i
bracciali costituiti da
una serie di calotte
ovoidali o di coppie di
calotte semisferiche
agganciate fra loro.
La diffusione di questo
tipo, come quello degli
orecchini a spicchio di
sfera e delle armille a
verga tonda ricordate
prima, e apparsa legata
ad una certa
predilezione invalsa
nell'oreficeria romana,
fra il I secolo a.C. e
il I d.C., per le ampie
superfici lisce, in
contrapposizione con le
superfici increspate da
fitte granulazioni e
filigrane proprie del
mondo etrusco ed
ellenistico.
Più rari altri modelli,
come le armille con
verga a nastro e castone
decorato a sbalzo o
quelle a maglie rigide.
L'ornamento più diffuso,
presente in quasi tutti
i contesti documentati
dove, spesso, e l'unico
monile esistente, e
l'anello, come e
attestato anche dalla
quantità di esemplari
trovati nell'area
vesuviana molto
superiore a quella degli
altri monili. Tale dato,
del resto, sembra ovvio,
dal momento che era
frequentemente
indossato, e con uso
smodato, anche dagli
uomini, come ricordano
con ironia alcuni
epigrammi di Marziale:
"... Charinus porta sei
anelli ad ogni dito" (XI,
59) ; ":.. chi sarà quel
ricciutello ..: che
porta ad ogni dito un
anellino..." (V, 61);
"Il mio Stella ... porta
sardonici, smeraldi,
diamanti e diaspri ad
ogni dito" (V,11). La
sua diffusione, inoltre,
sembra legata anche al
fatto che non vennero
mai meno il suo
significato simbolico
(come anello di
fidanzamento o coniugale
o anche regalo di
compleanno per le donne)
e la sua funzione di
sigillo: da quest'ultima
deriva il gran numero di
anelli con castone o con
gemma incisa.
Come gli orecchini e le
armille, anche questo
oggetto di ornamento era
per lo più realizzato in
oro, mentre pochissimi
esemplari sono in
argento o ferro e ancor
meno quelli in bronzo.
Tra
i vari modelli
documentati prevalgono
nettamente gli anelli
con il castone decorato
da una gemma, spesso
incisa; la verga è
liscia e per lo più
cava, realizzata con una
lamina, di solito
riempita con resina o
altra sostanza che le
conferiva maggiore
solidità. Le gemme più
usate sono smeraldi
(sempre lisci), prasii,
granati, ametiste,
niccoli, quarzi ma
soprattutto corniole,
queste ultime quasi
sempre incise.
L'utilizzo di
quest'ultima pietra e
dovuto, verosimilmente,
sia al suo minor costo
(non a caso e quella
sempre usata negli
anelli in ferro) che
alla caratteristica,
quando impiegata come
sigillo, di non
attaccarsi alla cera
(Plinio, Storia
Naturale, XXXVII, 30 -
31).
Un altro modello di
larga diffusione, ma
nettamente inferiore al
precedente, è quello -
assai semplice - con
verga liscia che si
slarga verso un castone,
più o meno definito,
liscio o inciso.
Relativamente
poco numerosi, invece,
gli esemplari trovati
nell'area vesuviana del
più caratteristico degli
anelli: quello a corpo
di serpente, nelle
varianti a due teste
affrontate - talvolta
con una patera (piatto
per offerte rituali)
nella bocca - o con il
rettile avvolto in
spire. Del significato
della forma si è già
detto a proposito delle
armille analoghe. Si può
ancora osservare il
rovesciamento di
proporzioni, rispetto
agli altri tipi di
anelli, tra la quantità
degli esemplari in oro e
quella degli esemplari
in argento o bronzo,
essendo questi ultimi
nettamente più numerosi.
Il dato appare troppo
netto per essere
casuale: si potrebbe
ipotizzare che questo
tipo di anello avesse un
valore simbolico
particolare e che fosse
legato a certe categorie
di persone.
Non sembrano essere
stati particolarmente
apprezzati, stando al
numero di esemplari
ritrovati, gli anelli a
semplice cerchio, con
verga a sezione
circolare liscia o, più
raramente, godronata.
Ancora più rari quelli
in cui la verga si
sdoppia formando due
anelli con castoni lisci
combacianti.
Esaminati
i modelli maggiormente
in uso, sarebbe di
grande interesse
ricostruire come i
monili venivano
indossati dalle antiche
pompeiane o, per meglio
dire, in quale
combinazione prevalente
e in quale misura.
A tal fine, pur nel loro
fondamentale valore
documentario, i dati
archeologici dell'area
vesuviana non sono
particolarmente
illuminanti, dal momento
che solo poche volte i
monili sono stati
rinvenuti indossati. Più
spesso, infatti, almeno
una parte di essi erano
accanto ai corpi delle
vittime dell'eruzione ma
non indossata,
evidentemente portata in
piccoli contenitori,
assieme a monete e altri
oggetti di pregio. Più
significativa
sembrerebbe la
testimonianza offerta
dalle fonti letterarie
e, soprattutto,
iconografiche. Queste,
infatti, descrivono o
mostrano i tipi, le
quantità e il modo di
indossare i gioielli. Ma
sia le une che le altre
sono lontane dalla
realtà alla quale si
riporta la
documentazione
vesuviana. Le prime,
infatti, si riferiscono,
attraverso le notazioni
critiche e ironiche
degli scrittori del
tempo, quasi sempre
fortemente satiriche
verso il lusso smodato,
alle classi più ricche
di Roma, come anche,
oltre a quelli citati in
precedenza, il
divertente passo di
Petronio "... Fortunata
si tolse le armille
dalle sue braccia
grassissime per
mostrarle
all'ammirazione di
Scintilla. Alla fine si
tolse anche i cerchi
dalle caviglie e la
reticella d'oro dai
capelli ..." (Satyricon,
LXVII). Sono relative,
quindi, a casi
eccezionali e non ad un
costume medio.
Le seconde, nella
maggior parte dei casi,
sono costituite dalle
pitture parietali che
raffigurano scene
mitologiche derivanti da
modelli della pittura
greca, variamente
rielaborati, attraverso
l'uso di "cartoni"
utilizzati dalle
officine dei pittori
locali. Tale circostanza
produce due risultati
che entrambi inficiano
il valore della
testimonianza
relativamente
all'argomento in esame.
Da un lato, infatti,
trattandosi di
rielaborazioni derivanti
da pitture di epoca
precedente, anche i
monili raffigurati
potrebbero documentare
mode più antiche del I
secolo d.C. Dall'altro,
trattandosi di figure
mitologiche o, comunque,
inserite in contesto
fuori dalla realtà
comune, e verosimile
pensare che il pictor
esaltasse i vari
personaggi anche con una
ricchezza di ornamenti
maggiore che nella
realtà media, come
appare dal notevole
numero di figure ornate
con diademi e collane,
rispetto alla scarsa
frequenza con cui tali
gioielli ricorrono nella
documentazione
archeologica esistente.
Sarebbe,
forse, più
rappresentativa al
riguardo la pittura
popolare, dal momento
che raffigura scene di
vita quotidiana o
sebbene rari, veri e
propri ritratti. Ma in
questo tipo di pitture,
peraltro conservate in
scarso numero,
normalmente non si
riscontra la presenza di
monili se non in
pochissimi casi, come,
ad esempio, la c.d.
Saffo (una pittura
raffigurante un ritratto
femminile, da Pompei)
con la capigliatura
racchiusa in una
reticella d'oro.
Un'altra classe di
raffigurazioni di grande
interesse è costituita
dai ritratti dipinti su
tavola che talvolta
erano collocati sui
defunti in alcune
necropoli egiziane.
Sebbene in massima parte
relativi al II - III
secolo d.C., ve ne sono
anche alcuni databili al
I secolo d.C. e quindi
pertinenti all'argomento
e al periodo di cui si
tratta. Il loro esame
mostra una frequente
presenza, nei ritratti
femminili, di collana ed
orecchini.
Questi ultimi
documentano spesso
tipologie note in area
vesuviana e altrove nel
mondo romano, come ad
esempio gli orecchini a
spicchio di sfera.
Questa parure, con
orecchini e collana in
materiali preziosi,
sembrerebbe quindi
essere alla moda e
consueta. Ma è da
considerare che questa
classe di pitture è
legata al ceto più
elevato, che poteva
affrontare la spesa
dell'imbalsamazione e
della realizzazione di
un ritratto, da affidare
a pittori esperti.
Anche
questa documentazione,
pertanto, sembra
relativa ad una fascia
sociale molto elevata,
diversa da quella
mediamente presente
nell'area vesuviana.
Pur senza trascurare
l'importanza delle
testimonianze sopra
esaminate, esse non
sembrano essere di
valore assoluto ma solo
uno degli elementi che
possono contribuire a
delineare il quadro
complessivo unitamente
ai dati archeologici.
Questi ultimi mostrano
una notevole frequenza
di anelli, generalmente
in oro, motivata dal
fatto che, come si è
detto, anche gli uomini
li indossavano. Una
quantità rilevante di
collane, se si includano
anche quelle in
materiali più o meno
poveri, e di orecchini.
Un numero nettamente
inferiore di armille e
ancora più modesto di
aghi crinali, anche
considerando quelli in
materiali poveri come
l'osso. Rari, infine, i
diademi.
Possiamo
dunque concludere che
gli oggetti di ornamento
ricercati dalle donne
dell'epoca erano quelli
da sempre desiderati:
collane, orecchini,
bracciali e anelli;
questi ultimi,
possibilmente, da
indossare in più di un
esemplare per ciascuna
mano. Tuttavia, solo
raramente nella società
vesuviana, stando alla
documentazione
esistente, era possibile
permettersi una parure
completa in materiali
preziosi. Il più delle
volte, le donne dovevano
contentarsi di anelli,
orecchini del semplice
tipo a spicchio di sfera
e di una modesta collana
in pasta di vetro.
Cenni bibliografici:
C. Barini,
Ornatus muliebris.
I gioielli e le antiche
romane, Torino 1958
A. d'Ambrosio E. De
Carolis,
I monili dall'area
vesuviana, Roma 1997
A. d'Ambrosio,
I monili dallo scavo di
Moregine,
in MEFRA 113, 2001, pp.
967-980
A. d'Ambrosio,
Gli ornamenti femminili
dall'area vesuviana,
in Aa.Vv., Storie da
un'eruzione. Pompei,
Ercolano, Oplontis,
Milano 2003, pp. 4555
L. Pirzio Biroli
Stefanelli,
foro dei romani.
Gioielli di età
imperiale, Roma 1992
Fonti classiche citate:
Giovenale, Satire
Marziale, Epigrammi
Ovidio, L'arte di amare
Petronio, Satyricon
Plauto, Epidicus Plinio,
Storia Naturale Seneca,
Benefici Tacito, Annali
Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH
EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di
Boscoreale 12 marzo-30
maggio 2004
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