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Negli
anni precedenti
l'eruzione del 79 d.C.
in alcuni degli ambienti
della Casa del tramezzo
di legno (Insula 111,
11), affacciati sia sul
decumano inferiore sia
sul cardo III inferiore,
furono impiantate
botteghe con quartieri
di abitazione al piano
superiore. La bottega
che si apre al civico n.
10 sul decumano
inferiore fu scavata nel
1928 da Amedeo Maiuri,
ma era stata già
attraversata dai
cunicoli borbonici. A
differenza delle altre
botteghe essa non
presenta aperture di
comunicazione con la
residenza signorile che
si sviluppa alle sue
spalle. Lo scavo mise in
luce una stanza a pianta
pressoché quadrata, con
pavimento in semplice
battuto, scarse tracce
delle murature in opera
reticolata e con stipiti
della porta in opera
testacea (lo stipite
ovest è di restauro
moderno in opera vittata
mista).
Il
basso soffitto, posto a
m 2,50 di altezza dal
pavimento, è stato
interamente ricostruito
sulla base dei travi di
legno carbonizzato
rinvenuti al momento
dello scavo. Nella
parete sud è la scaletta
per il piano superiore,
anch'essa ricostruita
sulla base dei resti
antichi, e accanto ad
essa una nicchietta
arcuata di larario.
La scaletta conduceva al
piccolo quartiere di
alloggio del piano
superiore (pergula),
comprendente due stanze:
l'una posta in
corrispondenza della
sottostante bottega e
provvista di una latrina
il cui canale di spurgo
sgorgava nella latrina
della bottega aperta al
civico n. 9 sul decumano
inferiore, l'altra posta
al di sopra del
cubicolo n. 2 e delle
fauces della Casa del
tramezzo di legno. Una
delle finestre del piano
superiore prendeva luce
dall'atrio della casa e
ciò farebbe supporre un
qualche rapporto fra il
proprietario di
quest'ultima e
l'inquilino o
proprietario della
bottega.
Durante
gli Scavi di Maiuri (6
luglio 1928) si rinvenne
nella bottega un solo,
eccezionale manufatto:
una pressa a vite (torcular)
di legno carbonizzato,
collocata entro una
vaschetta in muratura di
cui non è rimasta
traccia alcuna. Si
tratta di uno strumento
normalmente utilizzato
nelle officine in cui si
effettuava la
lavorazione della lana
per conferire un aspetto
liscio e brillante ai
tessuti già sottoposti
alla follatura (mediante
immersione in bacini di
acqua e soda per
accrescere la coesione
delle fibre), al
candeggio i (mediante
vapori di zolfo) e
infine alla spazzolatura
(con pelli di
porcospino, cardi
selvatici o specifici
pettini).
Con questo particolare
strumento, il tessuto,
accuratamente piegato e
poggiato sul piano
inferiore di legno,
veniva stirato grazie
alla pressione
esercitata dalla piastra
superiore azionata dalla
rotazione delle due
grosse viti verticali a
filettatura destrorsa e
sinistrorsa.
Nell'esemplare di
Ercolano, al
momento dello scavo
furono notate sulla
faccia superiore della
base di legno delle
canaline larghe due
millimetri, che
servivano forse per far
colare il liquido che
fuoriusciva dai tessuti
pressati ancora umidi e
che confluiva nella
vaschetta in muratura
menzionata nei Giornali
di scavo.
La piccola bottega del
decumano inferiore non è
parte di una grande
officina di lavorazione
della lana, ben nota
dagli esempi pompeiani,
ma non attestata ad
Ercolano, ove sono stati
riconosciuti solo tre
piccoli impianti in
qualche modo connessi
con l'industria tessile
(civici 5, 11 e 18 dell'Insula
Orientalis II sul cardo
V e la piccola
lavanderia installata
nell'ultima fase nel
primo atrio della Casa
della fullonica - N,
5-7).
Fra
gli edifici in cui sono
documentabili elementi
collegati con
l'industria tessile
vanno ricordati inoltre
la textrina della Casa
del Telaio (V, 3-4) e la
Casa della stoffa (IV,
19-20), nel cui ambiente
3 si rinvennero vari
frammenti di tessuti.
Nella bottega del
lanarius si effettuava
dunque soltanto la
stiratura dei tessuti,
che probabilmente, una
volta apprestati per la
clientela, venivano
sistemati su mensole di
legno affisse alle
pareti.
Cenni bibliografici:
A.Maiuri,
Ercolano. /nuovi scavi
(1927-1958), I, Roma
1958, pp. 219-20
Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH
EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di
Boscoreale 12 marzo-30
maggio 2004
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