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L'attenzione
che il mondo romano ha
dedicato alla moda e in
particolare al settore
dell'abbigliamento ed ai
suoi accessori non e
molto dissimile da
quanto avviene ai giorni
nostri; attraverso il
suo studio non solo e
possibile seguire lo
sviluppo della società
dal semplice stile di
vita dell'età
repubblicana fino al
lusso dell'età
imperiale, ma anche
evidenziare certi
dettagli che si
ritrovano ancora oggi
nel nostro vestire e
modi di fare altrettanto
attuali:"... come il
monte Ibla si tinge di
vari colori quando le
api siciliane succhiano
i fiori primaverili,
così i tuoi armadi si
colorano di mantelli
accatastati, le tue
cassapanche brillano di
innumerevoli vestaglie.
Le tue candide vesti,
prodotte dalla terra di
Puglia con molte greggi,
possono vestire una
tribù..." scrive
Marziale (Epigrammi, 2,
46) a proposito del
lusso imperante a Roma,
non solo tra le donne,
ma anche tra gli uomini.
Nel periodo arcaico, gli
indumenti maschili e
quelli femminili erano
molto simili
rispondendo unicamente a
finalità funzionali,
come si può osservare ad
esempio nella statuetta
del Pastore in marmo
rinvenuta a Stabiae,
vestita unicamente con
una pelle di animale.
Con il passare del tempo
la moda femminile si
differenziò da quella
maschile per il continuo
evolversi del gusto e
dei costumi, che in età
imperiale diventarono
sempre più raffinati per
soddisfare lo sfrenato
desiderio di lusso cui
contribuì anche
l'abrogazione di leggi
che erano state emanate
proprio per contenere le
spese voluttuarie
eccessive (leggi
suntuarie).
In
realtà, l'abbigliamento
femminile si distingue,
più che per la linea,
per la ricchezza delle
stoffe e per lo
splendore dei colori.
Alla manifattura delle
vesti attendevano i
sarti (vestitores o
vestifici), mentre i
negotiatores vestiarii
erano i commercianti di
abiti confezionati; i
sartores o i
sarcinatores erano i
sarti che rattoppavano i
vestiti usati.
Gli indumenti romani si
dividevano in due
categorie, quelli che
erano indossati (indumenta)
e quelli nei quali ci si
avvolgeva (amicta).
Tra i primi il più
antico e forse, in
origine, unico capo di
abbigliamento era il
subligar, una semplice
fascia di lino che
veniva annodata in vita
e che serviva a coprire
il basso ventre.
Le donne usavano anche
una fascia che serviva a
sostenere il seno
(mammillare).
Al di sopra si indossava
una tunica, che
costituiva la veste
base, usata sia dagli
uomini che dalle donne,
in tutte le occasioni
della vita pubblica e
privata.
La tunica era un abito
di lana o di lino, a
seconda delle stagioni,
di colore bianco o del
colore naturale della
lana, formato da un
unico rettangolo di
stoffa, indossato in
modo da rimanere aperto
su un fianco, trattenuto
sulle spalle da fibule e
stretto in vita da una
cintura (cinctum).
Esistevano anche tuniche
più raffinate, di lino o
di seta, tinte in una
vastissima gamma di
colori ed arricchite da
ricami o applicazioni di
vario genere.
Le donne, spesso,
usavano trattenere la
tunica con due cinture,
di cui una sotto il seno
ed un'altra sui fianchi.
La tunica usata dalle
donne poteva avere le
maniche lunghe (tunica
manicata) ed essere
lunga fino ai talloni
(tunica talaris), mentre
quella indossata dagli
uomini era a maniche
corte ed aveva una
lunghezza che variava da
sopra il ginocchio a
metà polpaccio.
L'uso
della tunica manicata da
parte degli uomini,
introdotto a Roma a
partire dall'età
repubblicana, era
giudicato sconveniente
perchè segno di
effeminatezza, così come
il portare la tunica
senza cintura (tunica
discinta) era oggetto di
riprovazione.
L'ornamento più comune
della tunica era il
clavus, una fascia
purpurea che scendeva
perpendicolarmente dalle
spalle sino all'orlo
inferiore e costituiva
un segno di privilegio.
La tunica indossata dai
senatori e dai tribuni
militari era detta
laticlavia, quella
indossata dai cavalieri
angusticlavia.
Esistevano tuniche
speciali come la tunica
palmata, con ricchi
ricami a forma di foglia
di palma, indossata dai
consoli durante un
trionfo o per una
cerimonia ufficiale; la
synthesis o vestis
caenatoria era, invece,
una tunica leggera,
spesso di lino, che si
usava durante i
banchetti e che, per la
sua morbidezza,
permetteva di stare a
proprio agio (Marziale,
Epigrammi, V,79). Spesso
i convitati la
cambiavano durante il
pasto per evitare che il
sudore rimanesse a
contatto del corpo.
Una
tunica tutta particolare
era quella nuziale:
bianca, lunga, stretta
in vita da una cintura
(zona) allacciata da un
doppio nodo (nodus
herculeus). Solo lo
sposo poteva sciogliere
tale cintura (zonam
solvere), dando inizio
alla vita coniugale. Sul
capo la sposa metteva un
velo rosso (flammeum)
sul quale era poggiata
una corona di mirto.
Anche i fanciulli e le
fanciulle, fino all'età
di 17 anni, indossavano
semplici tuniche, per lo
più variopinte o
impreziosite da ricami e
fasce purpuree.
Sopra la tunica gli
uomini indossavano la
toga, l'abito per
eccellenza, costituita
da una pesante stoffa di
lana molto ampia,
fermata sulle spalle da
fibule, che veniva
drappeggiata intorno al
corpo, come evidenzia
chiaramente la
statuaria; questo capo,
nella prima età
repubblicana, era usato
anche dalle donne come
sopravveste per uscire.
Dalla statuaria e dai
rilievi e possibile
seguire lo sviluppo e il
cambiamento della toga
dall'età repubblicana,
quando la toga (toga
restricta) era povera di
pieghe, all'ampia toga
fusa della prima età
imperiale ed infine alla
toga ancora più ampia
con umbus e doppio sinus
fino alla toga
contabulata del basso
impero, detta così
perchè il lembo di
stoffa, che dava
ricchezza al secondo
sinus, veniva ripiegato
più volte ordinatamente
su se stesso, in modo da
formare uno spessore
simile ad una tavola
lignea (contabulatio).
Spesso la toga veniva
stretta ed annodata
intorno ai fianchi, per
dare una maggiore
libertà di movimento
avendo così il cinctus
gabinus, detto così
perchè introdotto a Roma
dalla città di Gabii.
Questo modo di indossare
la toga era, però,
ammesso solo per ragioni
rituali.
Un tipo particolare di
toga era la trabea,
ampia toga bianca
decorata da strisce di
porpora o interamente
color porpora, usata dai
re in periodo
prerepubblicano e
successivamente anche
dai consoli, dagli
auguri e dai cavalieri
che durante le cerimonie
si coprivano il capo con
un lembo della toga, da
cui la dizione di capite
velato.
La toga candida, tessuta
con lana appositamente
candeggiata, veniva
usata da coloro che
aspiravano alle cariche
pubbliche, da cui il
termine attuale
"candidato" : La toga
picta, di proprietà
dello Stato, variopinta
e con ricami d'oro, era
indossata dai consoli
durante le cerimonie
trionfali. La toga
praetexta veniva
indossata, oltre che dai
fanciulli fino ai 17
anni, anche dagli alti
magistrati, da alcuni
sacerdoti, dai consoli,
dai pretori e dagli
edili. Per un lutto, si
indossava una toga nera
o grigio scuro, la toga
pulla. La toga sordida,
sporca e lacera, veniva
indossata invece dagli
accusati durante i
processi, nella speranza
di muovere a pietà i
giudici con quell'ostentazione
di povertà.
In età imperiale,
l'aspetto della toga era
diventato imponente e
simbolico, ma essa era
faticosa da portare e
complicata da
indossare. Prezioso era
pertanto l'aiuto del
vestiplicus, uno schiavo
addetto alla
sistemazione delle
pieghe.
Le matrone, invece, in
età imperiale
indossavano come
sopravveste per uscire
in pubblico un mantello
tipicamente femminile
(palla), molto morbido,
che veniva drappeggiato
intorno al corpo e
lasciato cadere con
pieghe naturali. La
palla di tipo
cerimoniale era lunga
fino ai piedi ed un
lembo saliva a coprire
la testa. Era molto meno
ricca di tessuto e più
morbida rispetto alla
toga maschile.
Direttamente
sulla tunica intima
invece indossavano la
stola, veste di stoffa
piuttosto pesante, ricca
di pieghe, e decorata da
una balza (instita) con
ricami e frange
sull'orlo inferiore.
Quando le matrone si
mostravano in pubblico
dovevano coprirsi il
capo con un lembo della
stola. Proprio per la
pesantezza del tessuto
la stola divenne il
simbolo della virtù e
del pudore femminile.
Le donne di facili
costumi, invece,
indossavano abiti molto
trasparenti ma quando
uscivano erano obbligate
ad avvilupparsi in una
toga tipicamente
maschile, essendo loro
vietato l'uso della
stola. Il termine stola
ha mutato significato
nel corso del tempo, in
quanto oggi indica per
lo più una sciarpa che
serve a coprire le
spalle.
Gli schiavi e i
lavoratori in genere
(pastori, pescatori,
agricoltori, artigiani,
commercianti)
indossavano tuniche
semplici, generalmente
corte, appuntate sulla
spalla sinistra da una
fibula e strette in vita
da una cintura
semplicissima. La tunica
femminile aveva lo
scollo a barca,
trattenuto su entrambe
le spalle da fibule, in
modo da lasciare libere
le braccia.
Sulla tunica si usavano
mantelli per proteggersi
dal freddo e dalle
intemperie come il
birrus, aperto sul
davanti e fornito di
cappuccio e l'alicula,
mantellina corta,
fermata sul davanti da
una fibula.
Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH
EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di
Boscoreale 12 marzo-30
maggio 2004
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