|
Aperta
in uno dei più reconditi
luoghi di Capri, in
prossimità dell'Arco
Naturale, fra le rupi
che cadono a picco sul
mare, la grotta di
Matromania cela ancor
oggi il mistero del nome
che porta e della storia
che ha vissuto.
Scavato nel tempo
dall'erosione dei flutti
marini l'antro,
sicuramente elevato a
dignità di
caverna-tempio, simile
ad una cattedrale
rupestre, ha sempre
suscitato discordi
pareri fra gli studiosi
circa l'individuazione
della divinità cui era
dedicato, prestandosi
peraltro a palcoscenico
di eventi scandalosi. La
gradinata che porta alla
grotta è circondata da
un paesaggio di
grandiosa e selvaggia
potenza che alterna
spoglie rupi calcaree a
cespugli di mirti e
lentischi; a tratti
qualche pino marittimo,
piegato dal vento,
emerge, fin quando un
arco introduce alla
grotta che, sprofondata
fra le sue cupe ombre
nella parte più profonda
del burrone, rimane
pressoché invisibile dal
mare.
Nel suo interno, entro
una piccola cavità, si
raccoglie una minima
quantità d'acqua
filtrata dalle pareti
rocciose nei periodi
piovosi, pallido
riflesso dell'abbondante
acqua che doveva
confluirvi nel passato.
Inoltre vi si trovano
muti resti di opere
romane. Matromania, come
l'omonima vallata, è
sopravvivenza popolare e
corruzione di "Matris
magnum antrum" o, come
alcuni sostengono, di "magnum
Mithrae antrum"?
Era sacra, cioè, al
culto della Magna Mater
Cibele o a quello del
dio Mithra?
Non è da escludere,
comunque, la ragionevole
possibilità che ad un
primo culto se ne sia
sostituito un altro.
La caverna, sin dal
paleolitico, fu cercata
dall'uomo per fare
esperienza del "sacro":
qui la natura offriva
una rappresentazione del
grembo materno ove,
svanendo tempo e spazio,
compariva la dimensione
unitaria del sacro e, in
stato di trance
sciamanica, gli uomini
potevano percepire
l'unità con la deità
della Natura che, di
continuo, penetrava
ovunque e ne usciva
diversamente da vari
luoghi; qui le fresche e
oscure pareti rocciose
avvolgevano l'uomo,
isolandolo dall'ambiente
esterno, come in un
utero materno,
predisponendolo al
contatto con le forze
vitali dell'esistenza.
L'archetipo della
caverna abbraccia
infatti il significato
di Centro che, nelle
tradizioni antiche,
indicava l'origine, il
punto di partenza di
tutte le cose, il luogo
d'incontro tra il mondo
divino e quello umano
ma, contemporaneamente
il mezzo, ovvero il
medesimo luogo che,
neutralizzando le
tendenze contrarie e
conciliando gli opposti,
realizzava uno stato di
perfetto equilibrio. In
questo santuario
naturale l'uomo
ricercava dunque uno
stato speciale di
sintesi tra il suo
essere e l'Essere
universale; avvolto
dalla terra, accarezzato
da una oscurità quasi
tangibile e, concentrato
nel suo interiore, egli
aspirava al contatto con
la divinità.
Così la celebrazione di
un culto alla frigia
Cibele nella grotta di
Matromania è plausibile,
considerato che la dea,
adorata nelle grotte
come divinità della
montagna, aveva ad
emblema una pietra nera
di forma conica,
raffigurazione in forma
ridotta della stessa
montagna. Del resto
molte Madri
mediterranee, fasciate
nella loro ieracità
verticale, erano in
origine pietre erette.
Se questi elementi la
collegavano alla terra,
le sacre pietre nere - i
betili - erano però
degli aeroliti e, quali
oggetti celesti, le
donavano valenze
uraniche. Pertanto se
l'asse rappresentato
dalla montagna univa la
terra al cielo, Cibele,
sintetizzandoli in sé,
per osmosi, trasmetteva
all'iniziato uno stato
di equilibrio. La
caverna, per le sue
caratteristiche
"organiche", diveniva
così il tempio ove le
nozze sacre tra l'uomo e
la divinità si
celebravano.
Quale rapporto esisteva
però tra il culto
cibelico della montagna
e della pietra e Mithra,
ultima divinità del
paganesimo, dal credo
solare? Un mito ne
chiarisce il nesso: egli
nacque da una roccia,
immagine che richiama il
sole al suo sorgere
dietro le montagne. Le
due religioni avevano
dunque stretti rapporti,
riflettendo le più
arcaiche concezioni
secondo le quali un dio
solare nasceva sempre da
una Grande Madre.
La scoperta poi di un
bassorilievo mitriaco
(conservato al Museo
Archeologico Nazionale)
che si presumeva
avvenuta se non
all'interno della grotta
di Matromania, nelle sue
immediate vicinanze, ha
indotto molti a
ritenerla un mitreo.
Inoltre il sole a
mezzogiorno illumina la
grotta affacciata a
levante e l'oriente, con
l'erompere della luce,
fu quasi un atto
sacramentale del
mitraismo che, tuttavia,
celebrava i suoi riti
sottoterra. Alcuni
ritengono invece che
Matromania sia stata un
semplice ninfeo romano
di epoca augustea o
tiberiana, luogo sacro
al culto delle Ninfe e
delle acque, ove nelle
ore più calde ed
assolate i romani
andavano a godere il
fresco.
Di
solito, però, i ninfei
formavano il naturale
completamento di ville e
giardini, ad imitazione
dei lussuosi palazzi
dell'oriente ellenistico
ma, vicino alla grotta,
non si sono trovati
ruderi di costruzioni,
né, a quanto sembra,
collegamenti con alcuna
delle ville imperiali
dell'isola. Si potrebbe
perciò pensare ad una
continuità di culto
nella caverna-tempio di
Matromania, soprattutto
perché l'acqua, nella
tradizione, ha sempre
indicato la matrice
delle multiformi
possibilità
dell'esistente e, in
quanto tale, è sempre
stata associata ai culti
delle Madri, spesso
individuate come Ninfe.
I romani comunque
trasformarono la grotta
in una grande sala
absidata, con due
gradoni di un metro di
altezza, divisi da una
piccola scala mentre ,
verso l'ingresso, le
pareti in muratura
sostenevano una volta a
botte.
Certo è che il fascino
di Matromania, per il
suo paesaggio selvaggio
e romito e per l'eco
delle sue tradizioni
sembra aver provocato
anche atti efferati.
Alcuni frammenti
epigrafici su una lapide
ritrovata a Capri
raccontano del
sacrificio d'Ipato: "...
Non io son dalle parche,
ma da forza tratto
d'ingiusta morte, ed
improvvisa. Assai m'avea
de' doni suoi Cesare
ornato... Non avevo né
15 né 20 anni... Hypatus
è il mio nome". Secondo
la narrazione di Cerio,
a partire dal regno di
Tiberio si sviluppò un
movimento che voleva
contrapporre al
Cristianesimo nascente
l'antico culto di
Zoroastro e Misraim.
L'imperatore s'era
deciso ad elevare nelle
grotte templi ed altari
a Mithra, i cui
simulacri - con la
meteorite di Cibele -
erano stati introdotti
nell'isola dai legionari
di Augusto. Incerto se
affiancare il dio unico
solare Mithra agli dei
romani, Tiberio
temporeggiava quando,
sollecitato dalla corte
di Capri, decise di
immolare uno schiavo,
Ipato, al nuovo dio.
Il sacrificio d'Ipato
(sia autentica o meno
l'iscrizione rinvenuta)
non rimase senza
ripercussioni. Agli
inizi del 1900 un gruppo
di eccentrici
intellettuali riuniti a
Capri nella "Société des
Amis de Tibère", col
proposito di far
rivivere il culto solare
di Mithra, in una delle
notti sacre ai misteri
del taurobolo
(attribuiti al mitraismo,
ma specifici della
religione cibelica), si
recarono in gran segreto
nella grotta per
inscenarvi il sacrificio
d'Ipato. L'idea era del
barone Fersen che aveva
eletto Capri a rifugio
dei suoi gusti
particolari, radunando
intorno a se una corte
dedita alla libera e
spregiudicata ricerca
della bellezza. Vestiti
di tuniche orientali
greco-romane, vi avevano
portato a più riprese
tutto il corredo
necessario alla
simulazione. Quando il
primo raggio di sole
ebbe illuminato
l'ingresso dell'antro,
tra i fumi dell'oppio,
la tragica comitiva
finse di colpire con un
coltello da frutta la
vittima designata. Ma,
la messinscena aveva
avuto occhi indiscreti e
a Capri fu scandalo
tanto che, ancor oggi,
si ricorda l'evento
scabroso come il "fatto
della Grotta".
Patrizia Calenda
Fonte:
Itineraries - Some
stories about Capri
© 2006, LUISE SERVICES &
COMMUNICATIONS s.r.l.
|