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Attribuita
a Stephanus, il cui nome
compare in una delle
iscrizioni elettorali
dipinte sulla facciata
dell'edificio, questa è
la tintoria-lavanderia
(fullonica) di Pompei
che meglio illustra il
razionale funzionamento
di questi antichi
impianti industriali.
Scavata da Vittorio
Spinazzola a partire dal
1912, è databile nel suo
complesso ad età flavia
per le pitture di Quarto
stile che decorano
alcuni ambienti, ma
resti di decorazioni
parietali di Secondo
stile indicano la
maggiore antichità
dell'edificio,
originariamente
destinato ad abitazione.
Presso l'ampio ingresso
(16,7) che si apre su
Via dell'Abbondanza era
un ambiente destinato
alla consegna ai clienti
delle merci (tessuti e
abiti) ed ospitava lungo
la parete orientale la
pressa per la stiratura
(pressorium) di cui
restano alcuni elementi
in ferro su legno
moderno.
Il grande atrio, con
tetto piano e lucernaio
centrale, ospita una
grande vasca per il
trattamento dei tessuti
più delicati, al centro,
al posto dell'impluvium,
mentre ' una scala in
legno consentiva di
salire ad un piano
ammezzato situato sopra
l'ingresso. La stanza
"e" nell'angolo
dell'atrio, in cui si
rinvennero i resti di un
letto, era una camera da
letto (cubiculum).
Uno
stretto corridoio
conduce al peristilio
dove erano state
sistemate varie vasche
e bacini, alcuni
comunicanti, utilizzati
per il lavaggio, la
pigiatura e la tintura
dei tessuti, trattati
con numerose sostanze
sgrassanti (soda, orina,
creta fullonica) ed i
relativi coloranti.
Sull'atrio e attorno al
peristilio ampie
terrazze permettevano
l'asciugatura dei panni
dopo i trattamenti di
pulitura e di tintura.
In fondo al peristilio
era posta la cucina :
"i", dove si preparavano
i pasti peri lavoranti e
dove si rinvennero,
appesi alle pareti e
poggiati sul banco di
cottura, pentolame
bronzeo e fittile, una
graticola e : un
treppiede di ferro, con
i resti dell'ultimo
pasto (ossa di ovini,
polli, seppie).
Adiacente alla cucina è
una piccola latrina "j".
Presso l'ingresso si
rinvennero alcuni
scheletri, uno di essi,
che aveva con sé un
gruzzolo di un centinaio
di monete, per lo più
d'argento, per un valore
complessivo di 1.089,5
sesterzi, era forse un
lavorante con l'ultimo
incasso della
lavanderia, piuttosto
che un fuggitivo che
aveva cercato scampo
all'interno
dell'edificio.
La
fullonica di Stephanus
sarebbe dunque una delle
tinto-lavanderie più
attive ed importanti di
Pompei se l'affitto
annuo di una fullonica
comunale era : di 1.652
sesterzi.
Gli impianti industriali
pompeiani destinati alla
lavorazione di tessuti
(tintorie, lavanderie,
officine lanifricariae
per il primo lavaggio
della lana, textrinae
dove si eseguiva la
tessitura, officine
coactiliaria e per il
feltro, utilizzato per
mantelli, scarpe e
coperte) sono piuttosto
numerosi e concentrati
particolarmente lungo
Via dell'Abbondanza e
lungo Via Stabiana,
mentre le officine
lanifricariae sono
ubicate per lo più
nella Regione VII.
Le
fasi di lavorazione nel
trattamento dei tessuti
sono documentate in
alcune interessanti
pitture parietali
pompeiane, in
particolare quelle che
decoravano la fullonica
di L.Veranius Hypsaeus e
quella tuttora in sito,
lungo Via
dell'Abbondanza,
nell'officina
coactiliaria di Vecilius
Verecundus che produceva
il feltro e
probabilmente anche
altri tessuti.

Nel primo ciclo di
pitture, ora conservate
al Museo Archeologico di
Napoli, si possono
osservare: un operaio
intento a cardare una
stoffa sospesa ad un
asse, servendosi di una
spazzola; in basso nella
stessa scena una donna
esamina un tessuto
tenuto da un'ancella; a
sinistra un operaio
trasporta una gabbia di
vimini, su cui si
distendevano i tessuti,
al di sopra di un
fornello in cui si
accendeva dello zolfo,
tecnica utilizzata per
sbiancare le stoffe;
sulla gabbia è poggiata
la civetta, simbolo dei
fulloni. Nel riquadro
inferiore invece alcuni
operai, appoggiandosi
coni gomiti su bassi
muretti, coni piedi
nelle varie bacinelle,
pestano i tessuti.
Sull'altro lato del
pilastro è raffigurata
invece, nel registro
superiore, una pressa
per stirare i tessuti,
con torchio a doppia
vite e, nel registro
inferiore, una serie di
tessuti appesi, un
inserviente che mostra
un tessuto ad una donna,
mentre un'altra è
seduta, a destra.

II secondo ciclo di
pitture, in parte ancora
in sito ma meglio
apprezzabile nelle foto
in bianco e nero qui
riprodotte ed eseguite
all'epoca dello scavo,
mostra invece: a
sinistra dell'ingresso,
sullo strato di intonaco
ora staccato (inv.
40685), e al di sotto
della figura
beneaugurante di
Mercurio, una donna
seduta dietro un
bancone, su cui sono
esposte varie calzature
mostrate ad un cliente,
seduto sulla destra.
A
destra dell'ingresso, al
di sotto di un grande
dipinto con Venere
Pompeiana su quadriga
a prora di nave trainata
da elefanti, sono
presentate tre fasi
della lavorazione: a
sinistra due operai
seduti che rifiniscono
un tessuto con pettini
metallici; al centro
quattro operai stanti; a
destra un altro operaio
seduto ed infine un
personaggio stante che
mostra un drappo di
stoffa e che il nome
dipinto al di sotto
della figura indica
come Verecundus, il
Vecilius Verecundus
fabbricante di abiti (vestiarius),
ricordato in un'altra
iscrizione pompeiana (CIL
IV, 3130).
Cenni bibliografici: V.
Spinazzola, Pompei alla
luce degli Scavi Nuovi
di via dell'Abbondanza,
Roma 1953, p. 207 ss.
figg. 237-39
Per le pitture parietali
dalla fullonica
dì L. Veranius Hypsaeus
(MANN, inv. 9774): M. R.
Borriello,
in Aa. Vv.,
Homo Faber. Natura,
scienza e tecnica
nell'antica Pompei,
Milano 1999, p. 141 Per
l'officina coactiliaria
di Verecundus:
R. Angelone,
L'officina coactiliaria
di M. Vecilio Verecundo
a Pompei, Napoli 1986
Per il frammento di
pittura parietale ora
staccato (SAP inv.
40685), A. Varone in Aa.
Vv., Rediscovering
Pompeii,
Roma 1990, p.150
Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH
EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di
Boscoreale 12 marzo-30
maggio 2004
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