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La
fitoterapia, l'aromaterapia,
l'erboristeria affollano
le pagine di riviste di
moda, ricette di
maschere di bellezza e
di rimedi fai da te
riempiono librerie e
giornali, mentre i
prodotti "naturali" si
fanno sempre più spazio
tra le vetrine di
profumerie, centri
commerciali e finanche
supermercati.
Studi e ricerche si
affannano a declamare,
come recenti scoperte,
l'efficacia e la non
nocività dei prodotti
naturali, tuttavia basta
scorrere qualche testo
classico per accorgersi
che già prima di noi,
egizi, greci, etruschi e
romani erano soliti
ricorrere alle virtù
terapeutiche e
cosmetiche presenti nei
prodotti naturali sia di
origine vegetale che di
origine animale. Anche
allora, più o meno
consapevolmente, si
faceva ricorso sia a
sostanze terapeutiche
che a sostanze che oggi
sappiamo con certezza
essere nocive. D'altra
parte ancora oggi la
tradizione orale
tramanda proverbi e
detti che invitano a
tollerare le sofferenze
derivanti dalla volontà
di apparire "belli".
Il desiderio di
migliorare il proprio
aspetto, di camuffare i
difetti e di rincorrere
la bellezza, nonostante
i richiami dei
moralisti, diretti ad
evidenziare l'effimero
valore dell'aspetto
estetico, non sono
espressioni legate solo
alla nostra civiltà
dell'immagine: da sempre
l'uomo ha rincorso il
miraggio della
perfezione fisica e
sappiamo bene quanto il
modo di apparire
condizioni, al di là di
canoni estetici
rigorosi, il primo
approccio nei rapporti
interpersonali. Al
linguaggio parlato si
sono da sempre
affiancati altri
messaggi, più diretti ed
istintivi, che
attivano, più o meno
consapevolmente, una
serie complessa di
messaggi attraverso
processi di
comunicazione che
derivano dal complesso
delle percezioni visive,
olfattive, umorali. Il
look, il modo di curare
il proprio aspetto
fisico e di proporsi a
se stessi ed agli altri,
risponde da sempre ad
esigenze che associano
gli aspetti pratici alle
esigenze personali, alla
moda ed alla volontà di
mostrarsi agli altri, in
funzione dei ruoli
svolti, all'interno
della società o della
famiglia, in maniera
conforme ed armonica al
proprio sentire ed al
proprio stile di vita.
La moda, che sappiamo
essere anche uno
strumento di tipo
politico di grande
importanza, viene da
sempre gestita con
attenzione: i potenti,
le élites, che hanno
avuto e tuttora hanno un
ruolo di traino, "fanno
tendenza", svolgendo un
ruolo fondamentale
nell'indirizzare il
gusto. Anche la
negazione di questa
consapevolezza o il
rifiuto di seguire le
mode coincide con una
precisa volontà, solo
apparentemente
disinteressata ed
alternativa, di
affermare un proprio
modo di vivere o di
opporsi alle mode
dominanti. Il valore
simbolico di vesti ed
accessori, da sempre
veicolo di propaganda e
comunicazione, si
completa con il modo di
curare e trattare la
propria persona.
La ricerca cosmetica,
tradizionalmente
destinata al pubblico
femminile, sembra solo
oggi avanzare con intere
linee dedicate al mondo
maschile; tuttavia
sappiamo di uomini, più
o meno illustri,
imperatori e
condottieri, la cui
immagine consolidata
sembrerebbe lontanissima
da ricerche di ambito
estetico, che non
disdegnavano affatto il
ricorso a trattamenti di
bellezza o all'utilizzo
di sostanze cosmetiche,
preoccupati di apparire,
oltre che di essere,
all'altezza dei ruoli
ricoperti.
La civiltà occidentale,
alle cui origini
culturali contadine si
sovrappongono le
ideologie religiose del
cristianesimo, in un
crogiuolo di materialità
funzionale e di
spiritualità
antiedonista, incontra
la civiltà orientale
sulla strada dei
commerci e dei lucrosi
traffici delle spezie e
degli unguenti. Questi,
da semplici condimenti e
prodotti voluttuari,
divengono ben presto
indispensabili per la
vita romana di tutti i
giorni, motivo di
incontro-scontro tra due
civiltà diverse. I
profumi, i balsami, le
misture miracolose,
provenienti dalle terre
orientali, di più antica
origine e tradizione, si
diffondono in tutto il
mondo romano e trovano
nell'età imperiale un
momento di diffusione
particolarmente
propizio, nonostante
l'opposizione dei
moralisti legati a
modelli comportamentali
tradizionalisti ed
anti-ellenici.
I più antichi profumi
romani ci rimandano a
semplici fragranze di
rose, gigli, mirto,
alloro, rosmarino,
basilico: i fiori e le
erbe aromatiche che la
macchia mediterranea
offriva, crescendo
naturalmente nei campi,
e che anche oggi
ritornano a rievocare i
semplici e genuini modi
dei tempi passati.
Solo a partire dal II
sec. a. C. con la
conquista della Grecia,
della Macedonia e
dell'Asia Minore,
"l'agreste Lazio" inizia
ad avvicinarsi alla
"civiltà dei profumi"
così come definisce
Orazio il mondo
orientale. E' poi con il
nuovo clima di benessere
ed agio, che si respira
a partire dall'età
augustea, che vengono
alimentati ed
incrementati usanze e
costumi che, nonostante
gli ammonimenti ed i
rimproveri dei moralisti
conservatori, trovano
ampio seguito.
Si
apprezza il lusso e con
esso la ricerca dei
piaceri fisici ed
estetici, al punto che
si sente la necessità di
emanare leggi contro il
lusso sfrenato e la moda
smodata di ricorrere a
prodotti provenienti dai
paesi orientali.
In effetti il vero
obiettivo della legge
era frenare la fuga dei
capitali destinati ai
prodotti cosmetici verso
i paesi orientali,
maggiori produttori ed
esportatori di queste
sostanze. La volontà
politica di controllare
ed indirizzare moda e
costumi rispondeva ad
esigenze e logiche di
tipo economico.
Tuttavia la cosmesi nel
I secolo diviene pratica
quotidiana, almeno peri
ceti più elevati, essa
non può non prevedere,
come operazione
preliminare ed
imprescindibile,
l'igiene e la cura del
corpo, così pratiche
terapeutiche mediche si
confondono e si uniscono
a pratiche cosmetiche,
senza precisi confini,
come ancora oggi tra gli
scaffali di profumerie
ed erboristerie non
stupisce il trovare,
accanto a prodotti
destinati alla
cosmetica, linee da
bagno e saponi destinati
all'igiene.
In età più antica i
Romani curavano al
minimo indispensabile
l'igiene personale
quotidiana: ci si
limitava a lavare
braccia e gambe, le
parti più esposte nel
corso della giornata
lavorativa, e si faceva
un bagno completo solo
ogni nove giorni,
raramente si facevano
dei bagni caldi e si
usavano profumi ricavati
dalle erbe. Solo nel
corso del II secolo a.C.
il bagno caldo diviene
una consuetudine diffusa
ed iniziano a sorgere i
primi edifici balneari,
le terme. Solo per
problemi di salute si
rinunciava al bagno a
favore di più rapide
abluzioni.
Alle terme, insieme alla
pratica del bagno,
connesso ad esigenze
igieniche, si svolgono
una serie di operazioni
collaterali, fonti di
benessere fisico: la
ginnastica preliminare,
i massaggi, le unzioni
ed infine, una serie di
operazioni tese a
rendere l'aspetto più
gradevole, come la
depilazione.
In questi anni solo
pochi privilegiati hanno
la possibilità di
disporre di bagni
all'interno della
propria casa, formati da
piccoli quartieri
termali; la maggior
parte dei cittadini si
reca alle terme
pubbliche, che, nel
corso degli anni,
divengono grandiosi
complessi
architettonici,
progettati e costruiti
inizialmente secondo
logiche funzionali
quindi secondo nuove
concezioni che li
trasformano da luoghi
necessari per l'igiene e
la profilassi in centri
di benessere.
A Pompei, piccola
cittadina di provincia,
si contano vari
complessi termali: le
terme stabiane, più
antiche, di età
sannitica, la cui
sezione femminile al
momento della catastrofe
era funzionante, mentre
nella palestra erano in
corso lavori; le terme
del foro, il cui
impianto, situato in
posizione centrale,
risale ai primi anni
della colonia sillana
(secondo quarto del I
secolo a.C.); le terme
centrali, edificate
successivamente a162
d.C. e non ancora
terminate; le terme del
Sarno del I sec. a.C.;
le terme suburbane il
cui impianto può
datarsi ad età
giulio-claudia, ed
infine le terme di
Giulia Felice, il cui
impianto pubblico era
però di proprietà
privata.
L'accesso alle terme,
che avveniva da
mezzogiorno
all'imbrunire, era a
pagamento ed era
concesso a tutti, senza
distinzione di rango ma
regolamentato, per
uomini e donne, laddove
non vi fossero state
sezioni diverse, per
fasce orarie
diversificate.
Le terme divengono un
luogo affollato, punto
d'incontro al termine
della giornata di
lavoro, frequentate
anche come occasione di
ritrovo mondano.
Gli edifici termali sono
formati da una serie di
ambienti fondamentali,
caratterizzati,
destinati a funzioni
specifiche, in
successione regolare: l'apodyterium,
lo spogliatoio, il
frigidarium, stanza per
il bagno freddo, il
tepidarium, stanza di
passaggio con
temperatura moderata, il
caldarium, per il bagno
caldo, la natatio, la
piscina, il laconicum,
la sauna calda, e la
palestra; a questi
ambienti si aggiungono
una serie di altri
locali come ambulationes
e popinae, luoghi dove
passeggiare e dove
mangiare o bere, per
rifocillarsi dopo
l'attività fisica.
Le operazioni erano
svolte seguendo una
precisa cadenza: dopo
aver eseguito un
salutare esercizio
fisico, il corpo
accaldato e sudato era
cosparso, utilizzando la
spongia, la nostra
spugna, di sostanze
abrasive, usate con
funzione di detergenti.
Ricavate da minerali o
vegetali, esse erano a
base di soda, l'aphronitum,
la creta fullonica, il
lomentum ottenuto con
farina di fave e gusci
di lumache essiccati e
triturati, lo struthium,
estratto dalla radice
della saponaria, il
nitrum, la liscivia,
ottenuta da cenere di
faggio o la pumex, la
pietra pomice. Si
asportava dal corpo il
sudore ed i detergenti
con gli strigili, una
sorta di grandi uncini
metallici, che venivano
passati sul corpo,
seguiva, quindi, il
bagno: comunemente prima
si faceva un'immersione
in acqua calda, quindi
si passava al bagno
freddo, dopo una sosta
intermedia in un
ambiente tiepido.
Dopo il bagno il corpo
veniva lenito,
attraverso massaggi con
unguenti e balsami, al
fine di restituire
elasticità e morbidezza
alla pelle stressata dai
"pesanti" trattamenti
preparatori che oggi
definiremmo "esfolianti".
Il
rinvenimento di vari
completi da bagno,
formati da strigili,
ampolline per unguenti,
patere e pinzette, in
area pompeiana come in
tutto l'ambiente romano,
attesta la diffusione di
queste pratiche. Già da
tempo era noto il potere
nutriente ed emolliente
del latte: il lusso che
Poppea, moglie di
Nerone, si concedeva
immergendo il suo corpo
in bagni di latte di
asine, che portava
sempre al suo seguito,
è leggenda nota che
aveva un celebre
precedente in Cleopatra.
L'uso del lomentum a
Pompei è attestato da
varie iscrizioni lette
su anfore che dovevano
contenerlo.
Quindi, col favore dei
pori dilatati, si
procedeva alla
depilazione: "le gambe
non siano ruvide per
duri peli", esorta
Ovidio, una delle fonti
letterarie più precise
ed attente, che,
attraverso la sua opera,
L'arte di amare, ci
consente di ripercorrere
puntualmente le fasi
preparatorie della
toilette femminile, con
frequenti incursioni
anche nel mondo maschile
per analogie o
difformità.
Le donne depilavano
ascelle e gambe con una
crema depilatoria (psilothrum),
o con una sorta di
ceretta (dropax), a base
di pece greca sciolta in
olio con resine e
sostanze caustiche. Le
operazioni finali erano
svolte con pinzette
metalliche (volsellae),
di diverse dimensioni e
materiali.
Anche la depilazione,
come le altre pratiche
legate alla cosmesi, non
erano solo appannaggio
del mondo femminile.
L'attuale stupore legato
al diffondersi di
prodotti depilatori o
cosmetici diretti al
mondo maschile
sembrerebbe
ingiustificato, tenuto
conto che l'attenzione
del mondo maschile verso
la cosmesi non
costituisce una novità
nel panorama storico
romano.
Anche
uomini noti come Cesare
ed Ottaviano, erano
soliti, come
testimoniano le fonti,
praticare questi rimedi,
nonostante fossero
giudicati metodi
effeminati dai
conservatori: infatti
per impedire la crescita
dei peli, l'imperatore,
affrontando torture,
pari alle attuali sedute
da estetiste, usava
passare sulle gambe
gusci di noce
arroventati.
La frequenza di queste
abitudini arrivò a tal
punto che Plinio, a
proposito dell'uso degli
unguenti, afferma: "E'
da meravigliarsi che
l'uso di queste
delicatezze sia giunto
fino all'esercito,
perché invero le aquile
e le insegne polverose
richiedono altri
custodi. Tuttavia è vero
che le aquile corrotte
da questo premio hanno
soggiogato il mondo'.
Queste pratiche
delicate, importanti e
sempre più diffuse,
richiedevano attenzione
ed esperienza, al punto
che vi erano addetti
schiavi particolari,
ognuno specializzato in
una funzione: il
balneator assisteva il
padrone durante il
bagno, l'unctor o lo
iatraliptes era addetto
al massaggio, l'alipilus
alla depilazione con
pinzette e i dropacistes
alla depilazione con
cerette. I più poveri,
che non avevano schiavi,
si servivano di addetti
che prestavano servizio
presso le terme.
Gli
uomini erano soliti,
seguendo la moda greca,
radersi la barba con la
novacula, un rasoio
formato da una semplice
lama in ferro, così da
avere il volto rasato.
Le operazioni
proseguivano con la
pulizia della bocca:"...
Che la pigrizia non
faccia sì che i denti
diventino neri ...ma di
lavarsi la bocca ogni
mattina" ammonisce
Ovidio; si curava
infatti l'igiene della
bocca con paste
dentifricie e polveri a
base di nitrum, soda e
bicarbonato di sodio ed
addirittura si
riconoscevano proprietà
sbiancanti all'urina. Le
funzioni di
stuzzicadente erano
svolte dal dentiscalpium,
un piccolo uncino in
legno, osso, avorio,
bronzo, metallo prezioso
o ":.. se ti manca un
legno appuntito, puoi
curare i denti con una
penna" come suggerisce
Marziale. Il
dentiscalpium poteva
presentare alla
estremità opposta di
quella appuntita una
estremità appiattita che
fungeva da auriscalpium,
per curare l'igiene
delle orecchie, mentre
il culter era un
coltellino pulisci
unghie.
Pianta
di Pompei con ubicazione
delle principali terme
1. Terme del Foro
2. Terme Stabiane
3. Terme Centrali
4. Terme del Sarno
5. Terme Suburbane
6. Terme di Giulia
Felice
Le donne, secondo una
credenza popolare
riferita da Petronio,
tagliavano le unghie
solo quando c'era
mercato: dovevano
rimanere in silenzio e
bisognava iniziare il
taglio dal dito indice,
mentre i naviganti, in
mare, non dovevano
tagliarsi né unghie né
capelli.
Per migliorare l'alito
si usavano pasticche di
mirto, lentisco,
finocchio, liquirizia,
foglie di malobathrum ed
anice. Si usava inoltre
sostituire i denti
caduti con denti finti,
in legno di cedro, per
la fabbricazione dei
quali erano
specializzati gli Egizi.
Dopo aver curato
l'igiene, si passava al
maquillage: la cosmesi,
termine derivato non a
caso dal verbo greco
kosmeo (adorno), si
distingueva in ars
ornatrix, che si
occupava della cura
benevola e quasi
terapeutica della pelle,
utilizzando maschere,
unguenti e balsami ed
ars fucatrix, che era
l'arte del trucco
ingannatore. Ovidio,
ancora, raccomanda: "Che
il vostro amante,
tuttavia, non vi
sorprenda con i vasetti
delle creme in mostra
sul tavolo: un'arte
dissimulata giova ancor
più alla bellezza. Chi
non proverebbe fastidio
per un volto tutto
cosparso di feccia,
mentre per il peso
gocciola e scorre tra i
tiepidi seni?". Il
ricorso eccessivo al
trucco era sconsigliato
a chi non volesse
apparire di facili
costumi. Più tardi anche
Galeno distinguerà la
buona cosmesi, dedita
alla cura ed alla salute
del corpo, dalla cattiva
cosmesi intesa come arte
contraffattoria. All'ars
ornatrix appartenevano i
cosmetici, in pastiglie
o polveri, che si
ottenevano impastando i
prodotti di base con
olii o con saliva. Le
fonti su questi
argomenti sono molto
esplicite e trovano
immediato riscontro
nelle testimonianze
archeologiche.
Infatti conosciamo,
grazie alla Storia
Naturale di Plinio il
Vecchio ed agli scritti
di Galeno le proprietà,
all'epoca note, di erbe
e prodotti naturali,
vere ricette di
medicamenti, mentre
dagli scritti di Ovidio,
Marziale e Seneca
ricaviamo notizie e
consigli sui
comportamenti quotidiani
confortati dai continui
rimandi alle fonti
iconografiche ed
archeologiche.
Esistevano maschere per
attenuare le rughe o per
eliminare le lentiggini,
per camuffare i difetti
o per schiarire la
pelle. Esse erano
composte a base di
vegetali, come lupini,
finocchi, e farina,
stemperati con essenze
profumate e miele, o a
base di prodotti di
origine animale come
corna di cervo,
escrementi di
coccodrillo, placenta,
sterco, sego, midollo,
impastati con sostanze
grasse.
All'ars fucatrix
appartenevano i prodotti
destinati al trucco vero
e proprio: per
migliorare il colorito
del viso, qualora fosse
stato troppo pallido, si
ricorreva ad una sorta
di fondotinta, ottenuto
da biacca o cerussa, a
base di carbonato di
piombo, a cui si
aggiungeva la schiuma di
salnitro o feccia divino
o il fucus, prodotto
derivato da un'alga, che
svolgeva le funzioni del
nostro fard: anche
allora si preferiva
mostrare un volto
colorito; il volto
pallido era, invece,
adatto a chi volesse
mostrare di soffrire con
un esanime pallore di
pene d'amore.
Il colore delle labbra
era ravvivato ricorrendo
a tavolette,
costosissime, di
cinabro, gesso, minio, o
derivati dalla porpora.
Gli occhi si truccavano
cominciando dalle
palpebre, su cui si
distendevano ombretti
gialli, ottenuti dal
croco, e verdi o
azzurri, di origine
minerale, ottenuti
triturando malachite o
azzurrite. L'antimonio o
il nero di fumo,
ricavato da noccioli di
datteri bruciati,
sottolineava il contorno
degli occhi per i quali
si usava anche il kohl,
di provenienza egizia,
una miscela di galena,
ossidi di ferro e rame,
ocra bruna, malachite,
cadmio e crisocolla.
Le sopracciglie si
marcavano con antimonio
polverizzato (stibium),
o nero fumo ( fuligo).
"Ti fai truccare, ti fai
preparare i tuoi
capelli finti, i denti
li metti da parte come
di notte riponila veste
di seta, dormi nascosta
da cento vasetti, la tua
faccia non dorme conte"
schernisce Marziale, al
pari delle odierne
perplessità derivanti da
volti e corpi perfetti
ottenuti grazie ai più
vari artifizi.
Le immagini
stigmatizzate dal nitore
della statuaria antica
contrastano con il dato
archeologico che invece,
laddove le condizioni di
conservazione lo hanno
consentito, come avviene
spesso nella realtà
vesuviana, ci
restituiscono volti
molto colorati e
fortemente
caratterizzati dalla
aggiunta di elementi
cromatici fortemente
contrastati, per noi
sorprendentemente
marcati, ma all'epoca
probabilmente usuali.
Come avverrà molti
secoli dopo, anche
allora, si usavano gli
splenia, piccoli nei
finti che erano
utilizzati per coprire i
difetti o per
valorizzare,
caratterizzandolo, un
volto poco interessante.
Infine per avere un
volto luminoso si
polverizzavano dei
lustrini ottenuti
dall'ematite, un
cristallo di colore
grigio azzurro, che si
spalmavano con pennelli
su tutto il viso,
pretrattato, moda
recentissimamente
ripresa dai glitters.
Piccoli contenitori in
osso, avorio, vetro o
terracotta, a forma di
pissidi (vasetti
cilindrici con
coperchio), erano
destinati a contenere i
prodotti cosmetici, in
genere in polvere o in
compresse, che erano al
momento dell'uso
stemperate, ed
amalgamate in sostanze
liquide grasse o a volte
con la saliva, in un
piccolo mortaio (mortariolum),
con un pestello (pistillum),
o su una pietra concava
(cuticola), mescolati
ed applicati con piccole
spatole (ligulae) e
cucchiaini.
La forma e le dimensioni
di questi ultimi erano
usuali e seriati in
quanto dettati dalla
funzionalità, infatti
alcuni di questi
strumenti sono comuni
anche al mondo
chirurgico, ma i loro
manici si
differenziavano, essendo
più o meno impreziositi
e personalizzati. Allo
stesso scopo erano
spesso utilizzate
conchiglie, in
particolare della specie
pecten, o contenitori in
altro materiale, che ne
ripetevano la forma. Il
frequente rinvenimento
in corredi tombali o in
case pompeiane di
piccole scatole in legno
o in osso, antesignane
dei moderni cofanetti
beautycases, divise in
scomparti contenenti
boccettine e pissidi,
specchi e gioielli,
conferma la diffusione
di queste pratiche.
In particolare ad
Oplontis, nella villa di
Crassius Tertius, è
stato rinvenuto uno
scatolino ligneo diviso
in scomparti con
spatole, lastre di vetro
e balsamari.
L'aspetto
delle pompeiane, già in
parte desumibile dalle
pitture e dalle sculture
oltre che decantato
nelle tante iscrizioni
lette sui muri della
città ("Chi non ha visto
la Venere dipinta da
Apelle, guardi la mia
ragazza è fulgida al
pari di quella", afferma
un pompeiano), è stato
di recente oggetto di
una ricerca scientifica
in base alla quale,
dall'analisi dei teschi,
sarebbe stata diffusa
una forma di "disordine
ormonale" che avrebbe
causato obesità ed
ipertricosi, da qui è
derivata la notizia che
le pompeiane fossero
brutte grasse e pelose
e, se non bastasse,
anche di umore
indolente! Bisogna far
attenzione e non far
divenire una rigorosa
analisi a campione un
argomento
superficialmente
generalizzato a tutta la
realtà vesuviana, dove
amanti innamorati
affermavano: "Tu sei
Venere" o "Così possa tu
essere sempre in fiore,
o Sabina, e sempre ti
modelli l'avvenenza"
affermazioni che, per
quanto influenzate dalla
cieca passione,
difficilmente
sembrerebbero
indirizzate a piccoli
mostri pelosi. D'altra
parte non bisogna
dimenticare che Pompei
era cantata da Marziale
come "Veneris aedis" e
Venera Fisica ne
costituiva il nume
tutelare.
Un gruppo di prodotti
cosmetici particolari è
rappresentato dai
profumi, la cui
etimologia da per fumum,
dal latino volgare
perfumare: vapore che si
espande, non trova,
indicativamente, esatte
corrispondenze in un
solo termine classico ("suavis
odor" o "unguentum"). Ai
Persiani, secondo
Plinio, è attribuito
l'uso di utilizzare per
primi essenze odorose,
inizialmente ottenute
per combustione di
sostanze particolari.
L'usanza risale, in
realtà, ai tempi più
antichi dell'Egitto
faraonico, terra che
continua ad essere,
ancora in età romana,
noto centro produttore
ed esportatore di
sostanze profumate.
I profumi, una volta
appannaggio dei
sacerdoti, o di medici
nell'ambito di funzioni
liturgiche, o nella
preparazione di rimedi,
erano usati anche con
valenze igienizzanti,
grazie alle proprietà
disinfettanti di alcuni
componenti, o ancora
come profumatori di
ambienti nel corso di
cerimonie o banchetti,
anche per camuffare i
cattivi odori dovuti
alla scarsità di igiene
ed alla considerevole
durata dei banchetti;
Marziale ricorda l'uso
di olio profumato per
alimentare le lucerne e
Plinio lamenta lo spreco
di denaro per beni così
effimeri da essere
evanescenti e non
trasferibili, a
differenza dei gioielli,
in eredità ai
discendenti.
Tuttavia
molti apprezzavano i
piaceri derivanti da
buone essenze: "Ma ti
ricambierò con la più
dolce delle
raffinatezze: ti darò,
infatti, un profumo,
donato alla mia ragazza
da Amore e Desiderio,
che quando lo odorerai,
o mio fratello,
pregherai gli dei che
ti facciano diventare
tutto naso!" afferma
Catullo al pari del
moderno Grenouille di
Suskind che afferma
"Colui che domina gli
odori domina il cuore
degli uomini":
II costo dei profumi era
altissimo ed il loro
commercio fortemente
redditizio, pertanto il
loro uso era anche
sinonimo di lusso ed
esibizione di status
sociale elevato.
In età romana era ancora
ignota la distillazione,
i profumi si ottenevano
facendo ricorso alla
macerazione di fiori e
foglie in olio, di olive
verdi, di semi o di
mandorle,
successivamente filtrati
ed imbottigliati, come
mostra anche il noto
affresco pompeiano,
proveniente dalla Casa
dei Vettii, degli
amorini profumieri.
I lunghi processi di
fabbricazione e la
grande quantità di
materia prima
necessaria ad ottenere
minime quantità di
profumo, rendevano il
prodotto costosissimo e
prezioso. Infatti
balsamari ed unguentari,
destinati a conservare
profumi, sono stati
rinvenuti a Pompei molto
spesso custoditi in
scrigni insieme ai
gioielli che le
pompeiane in fuga dalla
catastrofe avevano
cercato di portare in
salvo.
Nelle case più ricche,
come quella di
Trimalcione, vi era uno
schiavo addetto alle
cassette dei profumi,
queste erano custodite
in un ambiente ad hoc
della casa: la cella
unguentaria. L'uso
smodato ci è
testimoniato da
Marziale: "Quando passi
sembra che traslochi il
profumiere Cosmo e che
il cinnamomo esca da un
flacone rovesciato. Non
voglio, Gellia, che ti
piacciano queste
futilità. Sai, credo che
anche il mio cane
potrebbe profumare così"
ed anche Plauto afferma
che la donna che non ha
profumi ha un buon
profumo.
I profumi si
distinguevano in
diapasmata, preparati
sotto forma di polveri o
pasticche, derivate da
sostanze vegetali
aromatiche ed unguenta,
risultato di una miscela
di sostanze volatili
(non esisteva l'alcool)
come il sucus ed un
eccipiente, corpus, con
funzioni di fissatore,
costituito da grassi
animali o vegetali, come
olio di oliva, di noce,
di mandorla o da resine,
aggiunti a coloranti
come il cinabro; un
prodotto particolarmente
adatto come diluitore
era l'omphacium, succo
di uva acerba, incolore,
inodore e non ungente.
L'estrazione delle
essenze era ottenuta
dalla spremitura, con un
torchio, o dalla
pestatura in mortai
delle sostanze
aromatiche, o dalla
macerazione.
Spesso si importavano
dai paesi orientali solo
le essenze di base che
poi erano lavorate sul
posto o aggiunte ad
essenze floreali,
locali, come la nota
rosa campana, il giglio
o anche il basilico e
l'aneto: centri
produttori noti in
Campania erano Capua e
Napoli, ai quali
probabilmente può
aggiungersi anche
Pompei.
"Gli unguenti si
conservano benissimo nei
vasi di alabastro mali
deteriora il sole e
l'essere lasciati anche
all'ombra ma in vasi di
piombo" afferma Plinio.
Infatti gli alabastra in
marmo, provenienti
dall'Egitto e molto
costosi, inizialmente
furono i contenitori
specifici per le
essenze; essi in età
imperiale furono
sostituiti da balsamari
in vetro soffiato, più
facilmente reperibili ed
economici ed adatti,
grazie alle qualità di
inalterabilità del
vetro, a contenere
sostanze preziose senza
modificarne le qualità;
essi erano sigillati da
piccoli tappi in sughero
o in altro materiale
deperibile ed esistevano
anche allora confezioni
particolari, sigillate,
"le colombine",
balsamari in vetro che
riproducevano l'aspetto
di un colombo, volatile
come il profumo; esse si
aprivano spezzandone
un'estremità, una sorta
di confezione monouso
che con la sigillatura
garantiva la fragranza
del prodotto.
La
forma, anche se non con
molti esemplari, è
attestata in ambito
pompeiano, tuttavia la
fragilità ne ha
condizionato la
conservazione fino a
noi.
Già allora era noto il
potere del profumo e gli
effetti benefici,
condizionanti, che
dall'olfatto possono
derivare all'animo: l'aromaterapia,
di recente diffusa, era
anche allora ampiamente
praticata. Nel corso di
banchetti e cerimonie si
curava di diffondere
nell'ambiente profumi ed
odori piacevoli al fine
di favorire il
rilassamento fisico e
psichico come anche nel
corso degli spettacoli
del circo e
dell'anfiteatro, dove le
aspersioni profumate,
oltre a rendere
l'ambiente più
piacevole, servivano a
nascondere l'acre odore
di fiere e sangue.
Su questo aspetto della
vita romana molto si
dilungano gli autori
latini: essi denigrano o
sostengono l'uso delle
sostanze profumate a
seconda che siano più o
meno inclini ad
accettare un costume che
non trova le sue
motivazioni fondanti
nelle radici della
romanità. Non è un caso
se il più noto
profumiere
dell'antichità era un
certo Cosmo, di gran
fama a Roma, il cui
nome, forse d'arte,
derivato dal verbo greco
kosmeo (adornare, da cui
cosmetica, cosmesi),
rievoca un mondo tutto
ellenico, estraneo ai
modi ed ai costumi dei
veri romani più volte
espressi.
"Poiché sei scuro di
cannella e di cinnamomo
e delle essenze ricavate
dal nido della Fenice e
olezzi dei profumi che
Nicerote tiene nei vasi
di piombo, Coracino,
ridi di me che non
profumo di niente:
preferisco non avere
odore che odorare
troppo" (Marziale).
Cenni bibliografici: V.
Castiglione Morelli del
Franco,
La cura della bellezza,
i n Aa. Vv.,
Bellezza e lusso, Roma
1992, pp. 119-124
M. Cipollaro -G. Di
Bernardo,
La cosmesi,
in Aa. Vv.,Homo Faber.
Natura, scienza e
tecnica nell'antica
Pompei, Milano 1999, pp.111113
A. d'Ambrosio,
Lusso e bellezza
nell'antica Roma,
Roma 2001
A. d'Ambrosio,
La bellezza femminile a
Pompei,
Roma 2001
C. Giordano-A. Casale,
Profumi unguenti e
acconciature in Pompei
antica,
Roma 1992 U. E. Paoli,
Vita romana, Firenze
1962 M. Scarpignato,
/trucchi e le essenze,
cosmesi e bellezza
nell'Umbria antica,
Perug ia 2002
A. Varone,
Pompei, i misteri di una
città sepolta,
Roma 2000 P. Virgili,
Acconciature e
maquillage, Roma 1989
Fonti classiche citate:
Marziale, Epigrammi
Ovidio, Lane di amare PI
in io, Storia Naturale
Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH
EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di
Boscoreale 12 marzo-30
maggio 2004
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