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Last Page Update 29/11/2006

 

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La cosmesi


Specchio d'ar­gento con impugnatura a clavaLa fitoterapia, l'aromaterapia, l'erboristeria affollano le pagine di riviste di moda, ricette di maschere di bellezza e di rimedi fai da te riempiono libre­rie e giornali, mentre i prodotti "naturali" si fanno sempre più spazio tra le vetrine di profumerie, centri commerciali e fi­nanche supermercati.
Studi e ricerche si affannano a declamare, come recenti scoperte, l'efficacia e la non nocività dei prodotti naturali, tuttavia basta scorrere qualche testo classico per accorgersi che già prima di noi, egizi, greci, etruschi e romani erano soliti ricorrere alle virtù terapeutiche e cosmetiche presenti nei prodotti naturali sia di origine vegetale che di origine animale. Anche allora, più o meno consapevolmente, si faceva ricorso sia a sostanze terapeutiche che a sostanze che oggi sappiamo con certezza essere nocive. D'altra parte an­cora oggi la tradizione orale tramanda proverbi e detti che invitano a tollerare le sofferenze derivanti dalla volontà di apparire "belli".

Il desiderio di migliorare il proprio aspetto, di camuffare i difetti e di rincorrere la bellezza, nonostante i richiami dei moralisti, diretti ad evidenziare l'effimero valore dell'aspetto estetico, non sono espressioni legate solo alla nostra civiltà dell'immagine: da sempre l'uomo ha rincorso il miraggio della perfezione fisica e sappiamo bene quanto il modo di apparire condizioni, al di là di canoni estetici rigorosi, il primo approccio nei rapporti interpersonali. Al linguaggio parlato si sono da sempre affiancati altri messaggi, più diretti ed istintivi, che atti­vano, più o meno consapevolmente, una serie complessa di messaggi attraverso processi di comunicazione che derivano dal complesso delle percezioni visive, olfattive, umorali. Il look, il modo di curare il proprio aspetto fisico e di proporsi a se stessi ed agli altri, risponde da sempre ad esigenze che associano gli aspetti pratici alle esigenze personali, alla moda ed alla volontà di mostrarsi agli altri, in funzione dei ruoli svolti, all'interno della società o della famiglia, in maniera conforme ed armonica al proprio sentire ed al proprio stile di vita.

La moda, che sappiamo essere anche uno strumento di tipo politico di grande importanza, viene da sempre gestita con attenzione: i potenti, le élites, che hanno avuto e tuttora hanno un ruolo di traino, "fanno tendenza", svolgendo un ruolo fondamentale nell'indirizzare il gusto. Anche la negazione di questa consapevolezza o il rifiuto di seguire le mode coincide con una precisa volontà, solo apparentemente disinteressata ed alternativa, di affermare un proprio modo di vivere o di opporsi alle mode dominanti. Il valore simbolico di vesti ed accessori, da sempre veicolo di propaganda e comu­nicazione, si completa con il modo di curare e trattare la propria persona.

La ricerca cosmetica, tradizionalmente destinata al pubblico femminile, sembra solo oggi avanzare con intere linee dedicate al mondo maschile; tuttavia sappiamo di uomini, più o meno illustri, imperatori e condottieri, la cui immagine consolidata sembrerebbe lontanissima da ricerche di ambito estetico, che non disdegnavano affatto il ricorso a trattamenti di bellezza o all'utilizzo di sostanze cosmetiche, preoccupati di apparire, oltre che di essere, all'altezza dei ruoli ricoperti.

La civiltà occidentale, alle cui origini culturali contadine si sovrappongono le ideologie religiose del cristianesimo, in un crogiuolo di materialità funzionale e di spiritualità antiedonista, incontra la civiltà orientale sulla strada dei commerci e dei lucrosi traffici delle spezie e degli unguenti. Questi, da semplici condimenti e prodotti voluttuari, divengono ben presto indispensabili per la vita romana di tutti i giorni, motivo di incontro-scontro tra due civiltà diverse. I profumi, i balsami, le misture miracolose, provenienti dalle terre orientali, di più antica origine e tradizione, si diffondono in tutto il mondo romano e trovano nell'età imperiale un momento di diffusione particolarmente propizio, nonostante l'opposizione dei moralisti legati a modelli comportamentali tradizionalisti ed anti-ellenici.

I più antichi profumi romani ci riman­dano a semplici fragranze di rose, gigli, mirto, alloro, rosmarino, basilico: i fiori e le erbe aromatiche che la macchia mediterranea offriva, crescendo naturalmente nei campi, e che anche oggi ritornano a rievocare i semplici e genuini modi dei tempi passati.
Solo a partire dal II sec. a. C. con la conqui­sta della Grecia, della Macedonia e dell'Asia Minore, "l'agreste Lazio" inizia ad avvicinarsi alla "civiltà dei profumi" così come definisce Orazio il mondo orientale. E' poi con il nuovo clima di benessere ed agio, che si respira a partire dall'età augustea, che vengono alimentati ed incrementati usanze e costumi che, nonostante gli ammonimenti ed i rimproveri dei moralisti conservatori, trovano ampio seguito.

 Portaunguenti di bronzoSi apprezza il lusso e con esso la ricerca dei piaceri fisici ed estetici, al punto che si sente la necessità di emanare leggi contro il lusso sfrenato e la moda smodata di ricorrere a prodotti provenienti dai paesi orientali.
In effetti il vero obiettivo della legge era frenare la fuga dei capitali destinati ai prodotti cosmetici verso i paesi orientali, maggiori produttori ed esportatori di queste sostanze. La volontà politica di controllare ed indirizzare moda e costumi rispondeva ad esigenze e logiche di tipo economico.
Tuttavia la cosmesi nel I secolo diviene pratica quotidiana, almeno peri ceti più elevati, essa non può non prevedere, come operazione preliminare ed imprescindibile, l'igiene e la cura del corpo, così pratiche terapeutiche mediche si confondono e si uniscono a pratiche cosmetiche, senza precisi confini, come ancora oggi tra gli scaffali di profumerie ed erboristerie non stupisce il trovare, accanto a prodotti destinati alla cosmetica, linee da bagno e saponi destinati all'igiene.

In età più antica i Romani curavano al minimo indispensabile l'igiene personale quotidiana: ci si limitava a lavare braccia e gambe, le parti più esposte nel corso della giornata lavorativa, e si faceva un bagno completo solo ogni nove giorni, raramente si facevano dei bagni caldi e si usavano profumi ricavati dalle erbe. Solo nel corso del II secolo a.C. il bagno caldo diviene una consuetudine diffusa ed iniziano a sorgere i primi edifici balneari, le terme. Solo per problemi di salute si rinunciava al bagno a favore di più rapide abluzioni.

Alle terme, insieme alla pratica del bagno, connesso ad esigenze igieniche, si svolgono una serie di operazioni collaterali, fonti di benessere fisico: la ginnastica preliminare, i massaggi, le unzioni ed infine, una serie di operazioni tese a rendere l'aspetto più gradevole, come la depilazione.Set da bagno. Pompei (ora Museo Archeologico di Napoli)
In questi anni solo pochi privilegiati hanno la possibilità di disporre di bagni all'interno della propria casa, formati da piccoli quartieri termali; la maggior parte dei cittadini si reca alle terme pubbliche, che, nel corso degli anni, divengono grandiosi complessi architettonici, progettati e costruiti inizialmente secondo logiche funzionali quindi secondo nuove concezioni che li trasformano da luoghi necessari per l'igiene e la profilassi in cen­tri di benessere.
A Pompei, piccola cittadina di provincia, si contano vari complessi termali: le terme stabiane, più antiche, di età sannitica, la cui sezione femminile al momento della catastrofe era funzionante, mentre nella palestra erano in corso lavori; le terme del foro, il cui impianto, situato in posizione centrale, risale ai primi anni della colonia sillana (secondo quarto del I secolo a.C.); le terme centrali, edificate successivamente a162 d.C. e non ancora terminate; le terme del Sarno del I sec. a.C.; le terme suburbane il cui im­pianto può datarsi ad età giulio-claudia, ed infine le terme di Giulia Felice, il cui impianto pubblico era però di proprietà privata.

L'accesso alle terme, che avveniva da mezzogiorno all'imbrunire, era a paga­mento ed era concesso a tutti, senza distinzione di rango ma regolamentato, per uomini e donne, laddove non vi fossero state sezioni diverse, per fasce orarie diversificate.
Le terme divengono un luogo affollato, punto d'incontro al termine della giornata di lavoro, frequentate anche come occasione di ritrovo mondano.

Gli edifici termali sono formati da una serie di ambienti fondamentali, caratterizzati, destinati a funzioni specifiche, in successione regolare: l'apodyterium, lo spogliatoio, il frigidarium, stanza per il bagno freddo, il tepidarium, stanza di passaggio con temperatura moderata, il caldarium, per il bagno caldo, la natatio, la piscina, il laconicum, la sauna calda, e la palestra; a questi ambienti si aggiungono una serie di altri locali come ambulationes e popinae, luoghi dove passeggiare e dove mangiare o bere, per rifocillarsi dopo l'attività fisica.

Le operazioni erano svolte seguendo una precisa cadenza: dopo aver eseguito un salutare esercizio fisico, il corpo accaldato e sudato era cosparso, utilizzando la spongia, la nostra spugna, di sostanze abrasive, usate con funzione di detergenti. Ricavate da minerali o vegetali, esse erano a base di soda, l'aphronitum, la creta fullonica, il lomentum ottenuto con farina di fave e gusci di lumache essiccati e triturati, lo struthium, estratto dalla radice della saponaria, il nitrum, la liscivia, ottenuta da cenere di faggio o la pumex, la pietra pomice. Si asportava dal corpo il sudore ed i detergenti con gli strigili, una sorta di grandi uncini metallici, che venivano passati sul corpo, seguiva, quindi, il bagno: comunemente prima si faceva un'immersione in acqua calda, quindi si passava al bagno freddo, dopo una sosta intermedia in un ambiente tiepido.

Dopo il bagno il corpo veniva lenito, attraverso massaggi con unguenti e balsami, al fine di restituire elasticità e mor­bidezza alla pelle stressata dai "pesanti" trattamenti preparatori che oggi definiremmo "esfolianti". pisside portacosmetici in bronzoIl rinvenimento di vari completi da bagno, formati da strigili, ampolline per unguenti, patere e pinzette, in area pompeiana come in tutto l'ambiente romano, attesta la diffusione di queste pratiche. Già da tempo era noto il potere nutriente ed emolliente del latte: il lusso che Poppea, moglie di Nerone, si concedeva immergendo il suo corpo in bagni di latte di asine, che portava sem­pre al suo seguito, è leggenda nota che aveva un celebre precedente in Cleopatra. L'uso del lomentum a Pompei è attestato da varie iscrizioni lette su anfore che dovevano contenerlo.
Quindi, col favore dei pori dilatati, si procedeva alla depilazione: "le gambe non siano ruvide per duri peli", esorta Ovidio, una delle fonti letterarie più precise ed at­tente, che, attraverso la sua opera, L'arte di amare, ci consente di ripercorrere puntualmente le fasi preparatorie della toilette femminile, con frequenti incursioni anche nel mondo maschile per analogie o difformità.

Le donne depilavano ascelle e gambe con una crema depilatoria (psilothrum), o con una sorta di ceretta (dropax), a base di pece greca sciolta in olio con resine e sostanze caustiche. Le operazioni finali erano svolte con pinzette metalliche (volsellae), di diverse dimensioni e ma­teriali.
Anche la depilazione, come le altre pratiche legate alla cosmesi, non erano solo appannaggio del mondo femminile. L'attuale stupore legato al diffondersi di prodotti depilatori o cosmetici diretti al mondo maschile sembrerebbe ingiustificato, tenuto conto che l'attenzione del mondo maschile verso la cosmesi non costituisce una novità nel panorama storico romano. pisside portacosmetici in bronzoAnche uomini noti come Cesare ed Ottaviano, erano soliti, come testimoniano le fonti, praticare questi rimedi, nonostante fossero giudicati metodi effeminati dai conservatori: infatti per impedire la crescita dei peli, l'imperatore, affrontando torture, pari alle attuali sedute da estetiste, usava passare sulle gambe gusci di noce arroventati.

La frequenza di queste abitudini arrivò a tal punto che Plinio, a proposito dell'uso degli unguenti, afferma: "E' da meravigliarsi che l'uso di queste delicatezze sia giunto fino all'esercito, perché invero le aquile e le insegne polverose richiedono altri custodi. Tuttavia è vero che le aquile corrotte da questo premio hanno soggiogato il mondo'.
Queste pratiche delicate, importanti e sempre più diffuse, richiedevano attenzione ed esperienza, al punto che vi erano addetti schiavi particolari, ognuno specializzato in una funzione: il balneator assisteva il padrone durante il bagno, l'unctor o lo iatraliptes era addetto al massaggio, l'alipilus alla depilazione con pinzette e i dropacistes alla depilazione con cerette. I più poveri, che non avevano schiavi, si servivano di addetti che prestavano servizio presso le terme.

Rasoio (nova­cula) in ferro e avorioGli uomini erano soliti, seguendo la moda greca, radersi la barba con la novacula, un rasoio formato da una semplice lama in ferro, così da avere il volto rasato.
Le operazioni proseguivano con la pulizia della bocca:"... Che la pigrizia non faccia sì che i denti diventino neri ...ma di lavarsi la bocca ogni mattina" ammonisce Ovidio; si curava infatti l'igiene della bocca con paste dentifricie e polveri a base di nitrum, soda e bicarbonato di sodio ed addirittura si riconoscevano proprietà sbiancanti all'urina. Le funzioni di stuzzicadente erano svolte dal dentiscalpium, un piccolo uncino in legno, osso, avorio, bronzo, metallo prezioso o ":.. se ti manca un legno appuntito, puoi curare i denti con una penna" come suggerisce Marziale. Il dentiscalpium poteva presentare alla estremità opposta di quella appuntita una estremità appiattita che fungeva da auriscalpium, per curare l'igiene delle orecchie, mentre il culter era un coltellino pulisci unghie.

terme
Pianta di Pompei con ubicazione delle principali terme
1. Terme del Foro
2. Terme Stabiane
3. Terme Centrali
4. Terme del Sarno
5. Terme Suburbane
6. Terme di Giulia Felice



Le donne, secondo una credenza popolare riferita da Petronio, tagliavano le unghie solo quando c'era mercato: dovevano rimanere in silenzio e bisognava iniziare il taglio dal dito indice, mentre i naviganti, in mare, non dovevano tagliarsi né unghie né capelli.
Per migliorare l'alito si usavano pasticche di mirto, lentisco, finocchio, liquirizia, foglie di malobathrum ed anice. Si usava inoltre sostituire i denti caduti con denti finti, in legno di cedro, per la fabbrica­zione dei quali erano specializzati gli Egizi.

Dopo aver curato l'igiene, si passava al maquillage: la cosmesi, termine derivato non a caso dal verbo greco kosmeo (adorno), si distingueva in ars ornatrix, che si occupava della cura benevola e quasi terapeutica della pelle, utilizzando maschere, unguenti e balsami ed ars fucatrix, che era l'arte del trucco ingannatore. Ovidio, ancora, raccomanda: "Che il vostro amante, tuttavia, non vi sorprenda con i vasetti delle creme in mostra sul tavolo: un'arte dissimulata giova ancor più alla bellezza. Chi non proverebbe fastidio per un volto tutto cosparso di feccia, men­tre per il peso gocciola e scorre tra i tiepidi seni?". Il ricorso eccessivo al trucco era sconsigliato a chi non volesse apparire di facili costumi. Più tardi anche Galeno di­stinguerà la buona cosmesi, dedita alla cura ed alla salute del corpo, dalla cattiva cosmesi intesa come arte contraffattoria. All'ars ornatrix appartenevano i cosmetici, in pastiglie o polveri, che si ottenevano impastando i prodotti di base con olii o con saliva. Le fonti su questi argomenti sono molto esplicite e trovano immediato riscontro nelle testimonianze archeologiche.
Infatti conosciamo, grazie alla Storia Na­turale di Plinio il Vecchio ed agli scritti di Galeno le proprietà, all'epoca note, di erbe e prodotti naturali, vere ricette di medicamenti, mentre dagli scritti di Ovidio, Marziale e Seneca ricaviamo notizie e consigli sui comportamenti quotidiani confortati dai continui rimandi alle fonti iconografiche ed archeologiche.

Esistevano maschere per attenuare le rughe o per eliminare le lentiggini, per camuffare i difetti o per schiarire la pelle. Esse erano composte a base di vegetali, come lupini, finocchi, e farina, stemperati con essenze profumate e miele, o a base di prodotti di origine animale come corna di cervo, escrementi di coccodrillo, placenta, sterco, sego, midollo, impastati con sostanze grasse.
All'ars fucatrix appartenevano i prodotti destinati al trucco vero e proprio: per mi­gliorare il colorito del viso, qualora fosse stato troppo pallido, si ricorreva ad una sorta di fondotinta, ottenuto da biacca o cerussa, a base di carbonato di piombo, a cui si aggiungeva la schiuma di salnitro o feccia divino o il fucus, prodotto derivato da un'alga, che svolgeva le funzioni del nostro fard: anche allora si preferiva mostrare un volto colorito; il volto pallido era, invece, adatto a chi volesse mostrare di soffrire con un esanime pallore di pene d'amore.

Il colore delle labbra era ravvivato ricorrendo a tavolette, costosissime, di cinabro, gesso, minio, o derivati dalla porpora. Gli occhi si truccavano comin­ciando dalle palpebre, su cui si distendevano ombretti gialli, ottenuti dal croco, e verdi o azzurri, di origine minerale, ottenuti triturando malachite o azzurrite. L'antimonio o il nero di fumo, ricavato da noccioli di datteri bruciati, sottolineava il contorno degli occhi per i quali si usava anche il kohl, di provenienza egizia, una miscela di galena, ossidi di ferro e rame, ocra bruna, malachite, cadmio e criso­colla.

Le sopracciglie si marcavano con antimonio polverizzato (stibium), o nero fumo ( fuligo).
"Ti fai truccare, ti fai preparare i tuoi ca­pelli finti, i denti li metti da parte come di notte riponila veste di seta, dormi nasco­sta da cento vasetti, la tua faccia non dorme conte" schernisce Marziale, al pari delle odierne perplessità derivanti da volti e corpi perfetti ottenuti grazie ai più vari artifizi.

Le immagini stigmatizzate dal nitore della statuaria antica contrastano con il dato archeologico che invece, laddove le condizioni di conservazione lo hanno consentito, come avviene spesso nella realtà vesuviana, ci restituiscono volti molto colorati e fortemente caratterizzati dalla aggiunta di elementi cromatici for­temente contrastati, per noi sorprenden­temente marcati, ma all'epoca probabil­mente usuali.

Come avverrà molti secoli dopo, anche allora, si usavano gli splenia, piccoli nei finti che erano utilizzati per coprire i difetti o per valorizzare, caratterizzandolo, un volto poco interessante.
Infine per avere un volto luminoso si polverizzavano dei lustrini ottenuti dall'ematite, un cristallo di colore grigio azzurro, che si spalmavano con pennelli su tutto il viso, pretrattato, moda recentissimamente ripresa dai glitters.
Piccoli contenitori in osso, avorio, vetro o terracotta, a forma di pissidi (vasetti cilindrici con coperchio), erano destinati a contenere i prodotti cosmetici, in genere in polvere o in compresse, che erano al momento dell'uso stemperate, ed amalgamate in sostanze liquide grasse o a volte con la saliva, in un piccolo mortaio (mortariolum), con un pestello (pistillum), o su una pietra concava (cu­ticola), mescolati ed applicati con piccole spatole (ligulae) e cucchiaini.

La forma e le dimensioni di questi ultimi erano usuali e seriati in quanto dettati dalla funzionalità, infatti alcuni di questi strumenti sono comuni anche al mondo chirurgico, ma i loro manici si differenziavano, essendo più o meno impreziositi e personalizzati. Allo stesso scopo erano spesso utilizzate conchiglie, in particolare della specie pecten, o contenitori in altro materiale, che ne ripetevano la forma. Il frequente rinvenimento in corredi tombali o in case pompeiane di piccole scatole in legno o in osso, antesignane dei moderni cofanetti beautycases, divise in scomparti contenenti boccettine e pissidi, specchi e gioielli, conferma la diffusione di queste pratiche.

In particolare ad Oplontis, nella villa di Crassius Tertius, è stato rinvenuto uno scatolino ligneo diviso in scomparti con spatole, lastre di vetro e balsamari.
Figura femminile con volto truccato. PompeiL'aspetto delle pompeiane, già in parte desumibile dalle pitture e dalle sculture oltre che decantato nelle tante iscrizioni lette sui muri della città ("Chi non ha visto la Venere dipinta da Apelle, guardi la mia ragazza è fulgida al pari di quella", afferma un pompeiano), è stato di recente oggetto di una ricerca scientifica in base alla quale, dall'analisi dei teschi, sarebbe stata diffusa una forma di "disordine ormonale" che avrebbe causato obesità ed ipertricosi, da qui è derivata la notizia che le pompeiane fossero brutte grasse e pelose e, se non bastasse, anche di umore indolente! Bisogna far attenzione e non far divenire una rigorosa analisi a campione un argomento superficialmente generalizzato a tutta la realtà vesuviana, dove amanti innamorati affermavano: "Tu sei Venere" o "Così possa tu essere sempre in fiore, o Sabina, e sempre ti modelli l'av­venenza" affermazioni che, per quanto influenzate dalla cieca passione, difficil­mente sembrerebbero indirizzate a pic­coli mostri pelosi. D'altra parte non biso­gna dimenticare che Pompei era cantata da Marziale come "Veneris aedis" e Venera Fisica ne costituiva il nume tutelare.

Un gruppo di prodotti cosmetici particolari è rappresentato dai profumi, la cui eti­mologia da per fumum, dal latino volgare perfumare: vapore che si espande, non trova, indicativamente, esatte corrispondenze in un solo termine classico ("suavis odor" o "unguentum"). Ai Persiani, secondo Plinio, è attribuito l'uso di utiliz­zare per primi essenze odorose, inizialmente ottenute per combustione di so­stanze particolari. L'usanza risale, in realtà, ai tempi più antichi dell'Egitto faraonico, terra che continua ad essere, ancora in età romana, noto centro produttore ed esportatore di sostanze profumate.

I profumi, una volta appannaggio dei sacerdoti, o di medici nell'ambito di funzioni liturgiche, o nella preparazione di rimedi, erano usati anche con valenze igienizzanti, grazie alle proprietà disinfettanti di alcuni componenti, o ancora come profumatori di ambienti nel corso di cerimonie o banchetti, anche per camuffare i cattivi odori dovuti alla scarsità di igiene ed alla considerevole durata dei banchetti; Marziale ricorda l'uso di olio profumato per alimentare le lucerne e Plinio lamenta lo spreco di denaro per beni così effimeri da essere evanescenti e non trasferibili, a differenza dei gioielli, in eredità ai discendenti.

Unguentario in vetro a "colombina." Museo Archeologico di NapoliTuttavia molti apprezzavano i piaceri derivanti da buone essenze: "Ma ti ricambierò con la più dolce delle raffinatezze: ti darò, infatti, un profumo, donato alla mia ragazza da Amore e Desiderio, che quando lo odorerai, o mio fratello, pre­gherai gli dei che ti facciano diventare tutto naso!" afferma Catullo al pari del moderno Grenouille di Suskind che afferma "Colui che domina gli odori domina il cuore degli uomini":
II costo dei profumi era altissimo ed il loro commercio fortemente redditizio, pertanto il loro uso era anche sinonimo di lusso ed esibizione di status sociale elevato.

In età romana era ancora ignota la distillazione, i profumi si ottenevano facendo ricorso alla macerazione di fiori e foglie in olio, di olive verdi, di semi o di mandorle, successivamente filtrati ed imbot­tigliati, come mostra anche il noto affresco pompeiano, proveniente dalla Casa dei Vettii, degli amorini profumieri.
I lunghi processi di fabbricazione e la grande quantità di materia prima neces­saria ad ottenere minime quantità di profumo, rendevano il prodotto costosissimo e prezioso. Infatti balsamari ed unguentari, destinati a conservare profumi, sono stati rinvenuti a Pompei molto spesso custoditi in scrigni insieme ai gioielli che le pompeiane in fuga dalla catastrofe avevano cercato di portare in salvo.
Nelle case più ricche, come quella di Trimalcione, vi era uno schiavo addetto alle cassette dei profumi, queste erano custodite in un ambiente ad hoc della casa: la cella unguentaria. L'uso smodato ci è testimoniato da Marziale: "Quando passi sembra che traslochi il profumiere Cosmo e che il cinnamomo esca da un flacone rovesciato. Non voglio, Gellia, che ti piacciano queste futilità. Sai, credo che anche il mio cane potrebbe profumare così" ed anche Plauto afferma che la donna che non ha profumi ha un buon profumo.Unguentario in alaba­stro
I profumi si distinguevano in diapasmata, preparati sotto forma di polveri o pasticche, derivate da sostanze vegetali aromatiche ed unguenta, risultato di una miscela di sostanze volatili (non esisteva l'alcool) come il sucus ed un eccipiente, corpus, con funzioni di fissatore, costituito da grassi animali o vegetali, come olio di oliva, di noce, di mandorla o da resine, aggiunti a coloranti come il cinabro; un prodotto particolarmente adatto come diluitore era l'omphacium, succo di uva acerba, incolore, inodore e non ungente. L'estrazione delle essenze era ottenuta dalla spremitura, con un torchio, o dalla pestatura in mortai delle sostanze aromatiche, o dalla macerazione.
Spesso si importavano dai paesi orientali solo le essenze di base che poi erano lavorate sul posto o aggiunte ad essenze floreali, locali, come la nota rosa campana, il giglio o anche il basilico e l'aneto: centri produttori noti in Campania erano Capua e Napoli, ai quali probabilmente può aggiungersi anche Pompei.

"Gli unguenti si conservano benissimo nei vasi di alabastro mali deteriora il sole e l'essere lasciati anche all'ombra ma in vasi di piombo" afferma Plinio.
Infatti gli alabastra in marmo, provenienti dall'Egitto e molto costosi, inizialmente furono i contenitori specifici per le essenze; essi in età imperiale furono sostituiti da balsamari in vetro soffiato, più facilmente reperibili ed economici ed adatti, grazie alle qualità di inalterabilità del vetro, a contenere sostanze preziose senza modificarne le qualità; essi erano sigillati da piccoli tappi in sughero o in altro materiale deperibile ed esistevano anche allora confezioni particolari, sigillate, "le colombine", balsamari in vetro che riproducevano l'aspetto di un colombo, volatile come il profumo; esse si aprivano spezzandone un'estremità, una sorta di confezione monouso che con la sigillatura garantiva la fragranza del prodotto.

Unguentari in vetroLa forma, anche se non con molti esemplari, è attestata in ambito pompeiano, tuttavia la fragilità ne ha condizionato la conservazione fino a noi.
Già allora era noto il potere del profumo e gli effetti benefici, condizionanti, che dall'olfatto possono derivare all'animo: l'aromaterapia, di recente diffusa, era anche allora ampiamente praticata. Nel corso di banchetti e cerimonie si curava di diffondere nell'ambiente profumi ed odori piacevoli al fine di favorire il rilassamento fisico e psichico come anche nel corso degli spettacoli del circo e dell'anfiteatro, dove le aspersioni profumate, ol­tre a rendere l'ambiente più piacevole, servivano a nascondere l'acre odore di fiere e sangue.

Su questo aspetto della vita romana molto si dilungano gli autori latini: essi denigrano o sostengono l'uso delle sostanze profumate a seconda che siano più o meno inclini ad accettare un costume che non trova le sue motivazioni fondanti nelle radici della romanità. Non è un caso se il più noto profumiere dell'antichità era un certo Cosmo, di gran fama a Roma, il cui nome, forse d'arte, derivato dal verbo greco kosmeo (adornare, da cui cosmetica, cosmesi), rievoca un mondo tutto ellenico, estraneo ai modi ed ai costumi dei veri romani più volte espressi.
"Poiché sei scuro di cannella e di cinnamomo e delle essenze ricavate dal nido della Fenice e olezzi dei profumi che Nicerote tiene nei vasi di piombo, Coracino, ridi di me che non profumo di niente: preferisco non avere odore che odorare troppo" (Marziale).

Cenni bibliografici: V. Castiglione Morelli del Franco,
La cura della bellezza, i n Aa. Vv.,
Bellezza e lusso, Roma 1992, pp. 119-124
M. Cipollaro -G. Di Ber­nardo,
La cosmesi,
in Aa. Vv.,Homo Faber. Natura, scienza e tec­nica nell'antica Pompei, Milano 1999, pp.111­113
A. d'Ambrosio,
Lusso e bellezza nell'an­tica Roma,
Roma 2001
A. d'Ambrosio,
La bellezza femminile a Pompei,
Roma 2001
C. Giordano-A. Casale, Profumi unguenti e ac­conciature in Pompei antica,
Roma 1992 U. E. Paoli, Vita romana, Firenze 1962 M. Scarpignato, /trucchi e le essenze, cosmesi e bellezza nel­l'Umbria antica, Perug ia 2002
A. Varone,
Pompei, i misteri di una città sepolta,
Roma 2000 P. Virgili, Acconciature e maquillage, Roma 1989
Fonti classiche citate: Marziale, Epigrammi Ovidio, Lane di amare PI in io, Storia Naturale

Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di Boscoreale 12 marzo-30 maggio 2004
 

 

L'Intervista

Marco Carli
proprietario del
Ristorante
"Il Principe" in Pompei

 © 2006 -2007 Pompeii-Restaurant.com - Un progetto di Marco e Pina Carli - Ristorante Il Principe ristorante a Pompei.
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