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Il banchetto romano nasce come momento sacro e pubblico, gli influssi ellenistici lo trasformano in simposio, una riunione sociale, allietata da musica e spettacoli, in cui al cibo si accompagna il vino. Il gusto ed i costumi alimentari sono fortemente influenzati dall'organizzazione economica e sociale; il corrompersi dei costumi corrode il senso dei banchetti che diventano una mera esibizione di lusso: l'evoluzione del banchetto segue l'evolversi della società romana, dai semplici costumi aviti al degrado del tardo Impero. Le abitudini alimentari, le ricette, le virtù terapeutiche di alcuni alimenti e gli effetti dannosi di altri, i gusti di imperatori e condottieri, sono temi letterari ricorrenti, e numerose sono le testimonianze archeologiche utili per comprendere questo aspetto della vita antica: dall'architettura all'iconografia, dagli arredi alla suppellettile.
La realtà vesuviana, datata al 79 d.C. e provinciale, è privilegiata dalla sua immediatezza: essa ci restituisce l'immagine di una società variegata con forti contrasti sociali. E' di Cicerone il lamento "morire di fame a Pompei" che sottolinea il contrasto tra le laute cene romane ed i miseri pasti provinciali. A Pompei possedeva un focolare fisso solo il 40% delle case povere, il 66% delle case agiate e ben il 93% delle case ricche.
"Salute a chi mi invita a cena!" esclama un pompeiano, alle prese con la quotidiana fatica di sfamare sé ed i suoi grazie alla benevolenza di un patronus.
Tuttavia l'analisi dei contesti pompeiani più agiati consente di ricostruire anche un tenore di vita pari a quello dei ricchi abitanti delle grandi città dell'impero. Non a caso circa la metà degli argenti antichi proviene dalle città vesuviane ed in particolare il tesoro della Casa del Menandro, di 118 reperti, ed il tesoro di
Boscoreale di 108 oggetti,competono con i 100 pezzi d'argento esibiti da Trimalcione, il noto liberto arricchito, divenuto grazie al racconto petroniano il simbolo del lusso romano più sfrenato. La Campania felix era luogo eletto per soggiorni di ozi e piaceri, grazie alle particolari condizioni climatiche, ambientali ed economiche; non a caso Trimalcione e Lucullo, personaggi emblematici di uno stile di vita, sono entrambi campani. L'atmosfera dei banchetti pompeiani è ancora viva nelle scenette conviviali: quadretti di triclini ed oeci, come quelli della Casa dei Casti Amanti, riproducono nei particolari abitudini contemporanee: cuscini e coperte in tessuti preziosi sui letti tricliniari, vasi potori argentei tra i convitati, tavole imbandite di pietanze appetitose e banchettanti ebbri confortati da fanciulle allegre e serventi premurosi, in ossequio alla locorum proprietas vitruviana. Ormai al 79 d.C. l'austero clima sociale della Roma repubblicana, con le sue parche cene, era stato abbandonato dai ceti più ricchi. Le case agiate si sono ampliate a destinare spazi maggiori ad ambienti di rappresentanza: l'antica cena, che si svolgeva nell'atrio, seduti intorno al focolare, ha lasciato il posto alla moda orientale di mangiare distesi. Si creano stanze ad hoc, i triclini, con letti in muratura, o in legno e bronzo impreziositi da argenti, come i raffinati letti della Casa del Menandro.
A Pompei, favoriti dal clima mite, agli ambienti con funzioni di triclini, si aggiungono gli apprestamenti all'aperto, in giardini e viridaria, che consentono di consumare i pasti immersi nella natura, allietati da ruscelli artificiali, giochi d'acqua e piscine che ricreano un'ambientazione idillico-sacrale di sapore ellenistico. I triclini erano costituiti da tre letti uniti, disposti a ferro di cavallo, addossati alle pareti; ogni letto ospitava tre persone, che distendendosi sul fianco col capo verso la mensa centrale avrebbero mangiato e conversato in compagnia ad evitare il rischio della triste cena tra le mura domestiche, tristi domicenio di Marziale. In queste stanze i mobili erano ridotti all'essenziale: vari tavoli, sgabelli, candelabri, spesso antichi pezzi da collezione, da esibire in virtù del diffuso gusto antiquario, come l'efebo trapezophoros dalla Casa di M. Fabius Rufus, opera eclettica di echi prassitelici, adattata con aggiunte funzionali a portalucerne (lychnouchos). Il miglioramento delle condizioni di vita causa uno slittamento dell'attività verso la sera. Tuttavia i ritmi lavorativi ancora imperano: la necessità di sfruttare le ore di luce per le attività produttive condiziona la giornata. A1 sorgere del sole si consuma una rapida colazione, lo ientaculum, costituita dagli avanzi della cena, a metà giornata un breve intervallo è dedicato al prandium, un pasto che si consuma con le mani, in piedi, acquistando del cibo pronto.
La cena è il pasto principale, si svolge intorno alle 15 e si conclude prima che calino le tenebre o, in casi particolari, all'alba. I convitati si distendono sui triclini, in posti prestabiliti, e dopo le abluzioni, inizia la cena. Un pasto completo, ab ovo ad mala, di più portate, è diviso in tre parti: l'antipasto, accompagnato dal mulsum, il ferculum, uno 0 più piatti di carne o pesce con verdure, e infine le secundae mensae, i dolci e la frutta. II dopo cena, epidnis, è il vero momento conviviale, scandito dai brindisi del magister
bibendi. Spesso regnano l'euforia e l'ebbrezza, così il padrone di una casa pompeiana, detta del Moralista, ammonisce i suoi ospiti: Bada che lo schiavo lavi con acqua i piedi dei convitati e copra con drappi di lino il letto tricliniare! (Convitato) distogli il tuo sguardo lascivo dalla moglie altrui e non farle gli occhi dolci; non abbandonarti al turpiloquio e comportati educatamente! Differisci le odiose liti se puoi, altrimenti vattene e tornatene a casa tua!
Fonte
Soprintendenza
Archeologica di Pompei
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