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Last Page Update 29/11/2006

 

home > Moda Acconciature > Le acconciature

Le acconciature


Ritratto di giovanetta. Stabia (ora Museo Archeologico di Napoli)In età romana, per le donne, specie quelle di rango elevato, la cura dei capelli assumeva particolare rilievo e costituiva una delle loro principali occupazioni nelle attività legate alla cura della bellezza.
Le donne romane preferivano di regola portare i capelli lunghi raccolti e acconciati in varie fogge, secondo la moda del tempo. I capelli erano trattenuti da fasce, nastri, foulard, cuffie e reticelle, divisi in trecce e raccolti in crocchie, fermati da pettinini, fermagli, forcine e spilloni, arricchiti da toupet e posticci, arricciati artificialmente, profumati e colorati.
In età imperiale le acconciature diven­nero così varie e numerose che il poeta latino Ovidio, nella sua opera L'arte di amare, afferma: "... come non potresti enumerare le ghiande di una quercia né le api dei monti Iblei, né i lupi delle Alpi, così nessuno potrà mai contare le mille acconciature esistenti ed ogni giorno ne nascono di nuove...":
Portare una pettinatura alla moda era indubbiamente un modo per farsi notare e mostrarsi "a la page". Diverso è invece il consiglio dato al gentil sesso da Ovidio: scegliere la pettinatura che più si adatta al viso e farsi consigliare dallo specchio: "... Una sobria eleganza è quella che ci at­trae; non siano in disordine i capelli; la mano che li cura può donare o annullare la bellezza. L'acconciatura non è di un solo tipo: scelga ogni donna quella che le sta bene e al proprio specchio chieda prima consiglio. Un ovale allungato richiede una scriminatura senza orpelli,.. un viso rotondo richiede sia lasciato al sommo della fronte un minuscolo nodo di capelli, in modo che si vedano le orecchie; una donna lascerà ricadere i capelli sulle spalle,... un'altra li legherà all'indietro...; all'una stanno bene capelli vaporosi mollemente cascanti, l'altra dovrà cingersi il capo coi capelli raccolti... Anche una chioma trascurata sta bene a molte donne; spesso crederesti che stia lì dal giorno prima e invece è pettinata proprio ora...
Ma non fu sempre così ed è quindi utile ripercorrere le tappe di questo percorso, ricorrendo alle testimonianze figurative e ai reperti dell'area vesuviana.
Fino alla metà del I sec. a.C. nel mondo romano le pettinature femminili furono improntate ad una grande semplicità e gli artifici erano considerati sconvenienti. Le giovani portavano i capelli lunghi divisi da una scriminatura al centro del capo e raccolti in una coda o in una crocchia sulla nuca, talvolta in trecce. Solo in particolari circostanze, come per esempio per il matrimonio, venivano realizzate acconciature particolari: i capelli, divisi in sei ciocche trattate con specifici unguenti, erano raccolti sulla nuca in una grande crocchia chiamata tutulus. Il capo era poi coperto da un velo rosso o giallo che nascondeva anche il viso.
La pettinatura più diffusa era quella definita "a melone", in cui i capelli, divisi in lunghe ciocche rilevate perchè arrotolate, erano raccolti sulla nuca in una coda di cavallo o in una crocchia. Molto diffusa in Grecia e nell'Italia meridionale, tale pettinatura compare in alcune terrecotte votive di Pompei, più strettamente legate ad un influsso artistico greco-ellenistico. Spesso i capelli erano trattenuti sulla nuca da fasce o racchiusi in fazzoletti annodati sulla fronte e sulla nuca e che la­sciavano intravedere le chiome sulla sommità del capo.
Senza precedenti nel mondo greco è invece una pettinatura introdotta nel I sec. a.C. e che viene chiamata "all'Ottavia", perchè utilizzata da Ottavia minore, sorella di Augusto. Busto fittile e testina fittile

In tale acconciatura i capelli sono raccolti in una crocchia di trecce sulla nuca ma due scriminature isolano un ciuffo di capelli alla sommità del capo, ciuffo che viene dapprima ripiegato sulla fronte in una sorta di cuscinetto rigonfio, cotonato (nodus), per raccogliersi poi in una ciocca o, più spesso, in una treccia che si unisce alla crocchia; le ciocche ai lati del viso, rigonfie, arrotolate e pettinate, sono portate anch'esse alla nuca.

Tale pettinatura, che rimase in voga fino alla prima età augustea ed oltre, non è frequentemente attestata nell'area vesuviana ma compare, per esem­pio, in una statua marmorea rinvenuta nella necropoli pompeiana di Porta Nocera.
Questa acconciatura venne adottata an­che dall'imperatrice Livia, moglie di Augusto, che in seguito scelse invece una nuova pettinatura in cui venne eliminato il nodus sulla fronte ritornando alla semplice scriminatura centrale: i capelli, ondulati e morbidamente trattenuti, erano raccolti sempre sulla nuca. Ritratto con pettinatura all'Ottavia. PompeiUn esempio pompeiano è rappresentato dalla statua rinvenuta nella Villa dei Misteri ed interpretata da molti studiosi, per la pettinatura e per i tratti fisionomici, proprio come ritratto di Livia.
Tale acconciatura venne modificata da successive varianti, in cui la crocchia è sostituita da un nodo di capelli più basso e piatto, trattenuto da trecce e arricchito da due ciocche libere che scendono ai lati del collo, spesso in forma di boccoli. Questa nuova moda venne introdotta da Agrippina maggiore, madre dell'imperatore Caligola, ed utilizzata anche da Antonia minore, madre dell'imperatore Claudio. Un significativo esempio vesuviano è il ritratto rinvenuto nella Villa cd. di Poppea di Oplontis, esposto in mostra. L'elegante semplicità di tale acconciatura non soddisfaceva tuttavia del tutto le dame della corte imperiale se spesso si preferì arricchire la capigliatura disponendo ai lati del viso una serie di riccioli a chiocciola, che dapprima si limitano a coprire le orecchie, ma che salgono poi fino alle tempie e che successivamente invaderanno tutta la fronte. Due ritratti femminili, uno di marmo e l'altro di bronzo rinvenuti nella Casa del Citarista di Pompei, di certo relativi a due esponenti della famiglia che possedeva questa ricca dimora, presentano questa pettinatura. Il ritratto marmoreo, che fa parte delle collezioni del Museo Archeologico di Napoli ed è ora esposto in mostra, Ritratto con pettinatura all'Antonia minorepresenta tre file di ciocche corte che terminano a ricciolo, ricoprono le orecchie e salgono fino alle tempie; due trecce ai lati separano l'insieme di queste ciocche dal resto della capigliatura, costituita da capelli lunghi raccolti in un nodo basso e piatto che scende sul collo.
La pettinatura della sacerdotessa raffigurata nella statua marmorea rinvenuta nel Macellum di Pompei rappresenta l'evoluzione di età neroniana di questa moda: i riccioli fanno da corona ed occupano tutta la fronte creando una massa unica di capelli. Negli anni successivi tale moda raggiungerà il suo apice, con la creazione di una sorta di cresta triangolare di capelli sulla testa, sproporzionata ed innaturale, ottenuta con riccioli posticci. Ma Pompei era già sepolta allora sotto le ceneri del Vesuvio.

Accanto a queste pettinature di moda, importate dalla Capitale, vi sono tuttavia altre acconciature meno attestate che variano e mescolano tra loro alcuni particolari delle precedenti. E' il caso della pettinatura che compare in un ritratto dipinto di Pompei dove la donna, che si atteggia a donna istruita con tavoletta e stilo, presenta una frangia di ciocche ondulate sulla fronte, o quella, più complessa ma legata al passato, che compare in un bel ritratto marmoreo di Ercolano, dove la stessa frangetta a ciocche ondulate, si associa ad una treccia sottile che raccoglie i capelli sulla fronte, reminiscenza della pettinatura "all'Ottavia".

Oltre alle variazioni dovute alla moda, le pettinature femminili potevano essere determinate da altri fattori. E' il caso di un ritratto femminile da Pompei che presenta una particolare acconciatura, definita "libica", con boccoli ai lati del viso, che è caratteristica delle sacerdotesse di Iside e delle seguaci di tale culto.

Ritratto femminile. Ercolano (ora Museo Archeologico di Napoli)Le acconciature femminili, spesso complesse, richiedevano l'aiuto di pettinatrici esperte, schiave addette a questo specifico ruolo. L'ornatrix aveva il compito di pettinare la sua padrona senza farle male, e quello di sopportare i suoi malumori nel caso di una pettinatura mal riuscita: ":..lascia tranquilla la tua ornatrix; detesto chi le ferisce il viso ad unghiate e, afferrato uno spillone, glielo pianta nel braccio..." (Ovidio).

Per modificare la natura dei capelli era necessario ricorrere ad alcuni artifizi. I capelli lisci potevano essere arricciati, per seguire la moda imperante, con un particolare strumento, il calamistrum, un cilindro in metallo su cui si arrotolavano le ciocche di capelli e che veniva inserito in un altro cilindro riscaldato. "Quanta violenza sopportarono i tuoi capelli, con quanta pazienza si offrirono al ferro e al fuoco..." (Ovidio, Gli amori).

Per l'uomo romano invece, la cura dei capelli non fu all'origine una grande preoccupazione. Fino al III sec. a.C. egli non dedicò alcuna cura al proprio aspetto, lasciando incolti i capelli, la barba ed i baffi. Solo successivamente si diffuse la moda di radersi barba e baffi e di portare i capelli corti.
Solo in alcuni periodi, per esempio sotto l'imperatore Nerone che la introdusse, si diffuse la moda dei capelli disposti con un taglio scalato ("coma in gradus formata") e portati più lunghi del solito, sul collo. Un esempio di tale moda è presente a Pompei nella statua maschile rinvenuta nel Macellum.
Anche gli uomini tuttavia, ricorrevano ad artifici per modificare la natura delle loro chiome. Frequente era, anche se non vista di buon occhio, la pratica di arricciare i capelli con il calamistrum, e, in generale, criticata un'attenzione per il proprio aspetto ed una cura eccessiva per le acconciature per il sesso maschile se Ovidio consiglia di evitare "gli uomini che ostentano eleganza e bellezza e mettono in bell'ordine ogni capello della loro acconciatura..." : Anche per alcune erbe vi era l'idea che servissero per arricciare i capelli: la radice di asfodelo frizionata sul cuoio capelluto dopo aver rasato i capelli, li faceva ricrescere più ricci.

Alcune pettinature maschili erano infine prerogativa di particolari gruppi religiosi o filosofici. E' il caso dei seguaci del culto di Iside, che avevano il capo completamente rasato, mentre i filosofi cinici e stoici portavano capelli e barba lunghi ed incolti.

Poca cura dedicarono dunque gli uomini romani ai lori capelli. L'unico loro cruccio era tuttavia rappresentato dal sopraggiungere della calvizie, giudicata negativamente se Ovidio afferma: "brutto è a vedersi un caprone scornato, brutto è un campo spogliato, brutto è un cespuglio senza fronde. Altrettanto orribile è una testa senza capelli..." : Con un taglio adeguato e pettinando i capelli in avanti, si cercava di mascherare l'incipiente calvizie e la stempiatura.
Ritratto maschile in bronzoPer la cura della calvizie i rimedi consigliati erano moltissimi e la loro varietà fa ritenere che non fossero sempre molto efficaci; si utilizzavano bietola bianca cruda, rafano (per la calvizie femminile), senape e nasturzio bruciato, succo di cardo, galle di rosa selvatica con grasso d'orso, corcoro, semi di ortica, adianto, cenere di radice di asfodelo, olio di ricino, olio di noce, mele cotogne cotte nel vino ed in impacco con la cera, foglie di fico, gusci di noce bruciati e pestati in olio e vino, polvere di foglie di mirto, trucioli di legno dell'al­bero della Sirti, galle della rovere con grasso d'orso, cenere delle ghiande di faggio mescolata al miele, pece secca, liquido che esce dal tronco dell'olmo, cenere della scorza della canna di Cipro, fiore del rovo mescolato a sugna, la sostanza spugnosa che si forma tra le spine della rosa canina mista a miele, l'aloe con vino aspro, la tricomane, la radice della ninfea eraclia, la callitrice e la politrice (due piante non identificabili il cui nome significa appunto "bei capelli" e "molti capelli").

In alcuni casi Plinio descrive accuratamente la composizione di queste lozioni miracolose e ne fornisce le prescrizioni d'uso: il lasere, un distillato del silfio, deve essere applicato in una miscela con vino, zafferano o pepe, escrementi di topo e aceto, dopo aver eseguito frizioni con nitro; la radice della scolopendra o erba lingua deve essere miscelata con grasso suino, in particolare quello di una scrofa nera che non abbia mai partorito, e la lozione frizionata sul cuoio capelluto stando al sole.

 

Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di Boscoreale 12 marzo-30 maggio 2004
 

 

L'Intervista

Marco Carli
proprietario del
Ristorante
"Il Principe" in Pompei

 © 2006 -2007 Pompeii-Restaurant.com - Un progetto di Marco e Pina Carli - Ristorante Il Principe ristorante a Pompei.
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