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In
età romana, per le
donne, specie quelle di
rango elevato, la cura
dei capelli assumeva
particolare rilievo e
costituiva una delle
loro principali
occupazioni nelle
attività legate alla
cura della bellezza.
Le donne romane
preferivano di regola
portare i capelli lunghi
raccolti e acconciati in
varie fogge, secondo la
moda del tempo. I
capelli erano trattenuti
da fasce, nastri,
foulard, cuffie e
reticelle, divisi in
trecce e raccolti in
crocchie, fermati da
pettinini, fermagli,
forcine e spilloni,
arricchiti da toupet e
posticci, arricciati
artificialmente,
profumati e colorati.
In età imperiale le
acconciature divennero
così varie e numerose
che il poeta latino
Ovidio, nella sua opera
L'arte di amare,
afferma: "... come non
potresti enumerare le
ghiande di una quercia
né le api dei monti
Iblei, né i lupi delle
Alpi, così nessuno potrà
mai contare le mille
acconciature esistenti
ed ogni giorno ne
nascono di nuove...":
Portare una pettinatura
alla moda era
indubbiamente un modo
per farsi notare e
mostrarsi "a la page".
Diverso è invece il
consiglio dato al gentil
sesso da Ovidio:
scegliere la pettinatura
che più si adatta al
viso e farsi consigliare
dallo specchio: "... Una
sobria eleganza è quella
che ci attrae; non
siano in disordine i
capelli; la mano che li
cura può donare o
annullare la bellezza.
L'acconciatura non è di
un solo tipo: scelga
ogni donna quella che le
sta bene e al proprio
specchio chieda prima
consiglio. Un ovale
allungato richiede una
scriminatura senza
orpelli,.. un viso
rotondo richiede sia
lasciato al sommo della
fronte un minuscolo nodo
di capelli, in modo che
si vedano le orecchie;
una donna lascerà
ricadere i capelli sulle
spalle,... un'altra li
legherà all'indietro...;
all'una stanno bene
capelli vaporosi
mollemente cascanti,
l'altra dovrà cingersi
il capo coi capelli
raccolti... Anche una
chioma trascurata sta
bene a molte donne;
spesso crederesti che
stia lì dal giorno prima
e invece è pettinata
proprio ora...
Ma non fu sempre così ed
è quindi utile
ripercorrere le tappe di
questo percorso,
ricorrendo alle
testimonianze figurative
e ai reperti dell'area
vesuviana.
Fino alla metà del I
sec. a.C. nel mondo
romano le pettinature
femminili furono
improntate ad una grande
semplicità e gli
artifici erano
considerati
sconvenienti. Le giovani
portavano i capelli
lunghi divisi da una
scriminatura al centro
del capo e raccolti in
una coda o in una
crocchia sulla nuca,
talvolta in trecce. Solo
in particolari
circostanze, come per
esempio per il
matrimonio, venivano
realizzate acconciature
particolari: i capelli,
divisi in sei ciocche
trattate con specifici
unguenti, erano raccolti
sulla nuca in una grande
crocchia chiamata
tutulus. Il capo era poi
coperto da un velo rosso
o giallo che nascondeva
anche il viso.
La pettinatura più
diffusa era quella
definita "a melone", in
cui i capelli, divisi in
lunghe ciocche rilevate
perchè arrotolate, erano
raccolti sulla nuca in
una coda di cavallo o in
una crocchia. Molto
diffusa in Grecia e
nell'Italia meridionale,
tale pettinatura compare
in alcune terrecotte
votive di Pompei, più
strettamente legate ad
un influsso artistico
greco-ellenistico.
Spesso i capelli erano
trattenuti sulla nuca da
fasce o racchiusi in
fazzoletti annodati
sulla fronte e sulla
nuca e che lasciavano
intravedere le chiome
sulla sommità del capo.
Senza precedenti nel
mondo greco è invece una
pettinatura introdotta
nel I sec. a.C. e che
viene chiamata
"all'Ottavia", perchè
utilizzata da Ottavia
minore, sorella di
Augusto.

In tale acconciatura i
capelli sono raccolti in
una crocchia di trecce
sulla nuca ma due
scriminature isolano un
ciuffo di capelli alla
sommità del capo, ciuffo
che viene dapprima
ripiegato sulla fronte
in una sorta di
cuscinetto rigonfio,
cotonato (nodus), per
raccogliersi poi in una
ciocca o, più spesso, in
una treccia che si
unisce alla crocchia; le
ciocche ai lati del
viso, rigonfie,
arrotolate e pettinate,
sono portate anch'esse
alla nuca.
Tale pettinatura, che
rimase in voga fino alla
prima età augustea ed
oltre, non è
frequentemente attestata
nell'area vesuviana ma
compare, per esempio,
in una statua marmorea
rinvenuta nella
necropoli pompeiana di
Porta Nocera.
Questa acconciatura
venne adottata anche
dall'imperatrice Livia,
moglie di Augusto, che
in seguito scelse invece
una nuova pettinatura in
cui venne eliminato il
nodus sulla fronte
ritornando alla semplice
scriminatura centrale: i
capelli, ondulati e
morbidamente trattenuti,
erano raccolti sempre
sulla nuca.
Un
esempio pompeiano è
rappresentato dalla
statua rinvenuta nella
Villa dei Misteri ed
interpretata da molti
studiosi, per la
pettinatura e per i
tratti fisionomici,
proprio come ritratto di
Livia.
Tale acconciatura venne
modificata da successive
varianti, in cui la
crocchia è sostituita da
un nodo di capelli più
basso e piatto,
trattenuto da trecce e
arricchito da due
ciocche libere che
scendono ai lati del
collo, spesso in forma
di boccoli. Questa nuova
moda venne introdotta da
Agrippina maggiore,
madre dell'imperatore
Caligola, ed utilizzata
anche da Antonia minore,
madre dell'imperatore
Claudio. Un
significativo esempio
vesuviano è il ritratto
rinvenuto nella Villa
cd. di Poppea di
Oplontis, esposto in
mostra. L'elegante
semplicità di tale
acconciatura non
soddisfaceva tuttavia
del tutto le dame della
corte imperiale se
spesso si preferì
arricchire la
capigliatura disponendo
ai lati del viso una
serie di riccioli a
chiocciola, che dapprima
si limitano a coprire le
orecchie, ma che salgono
poi fino alle tempie e
che successivamente
invaderanno tutta la
fronte. Due ritratti
femminili, uno di marmo
e l'altro di bronzo
rinvenuti nella Casa del
Citarista di Pompei, di
certo relativi a due
esponenti della famiglia
che possedeva questa
ricca dimora, presentano
questa pettinatura. Il
ritratto marmoreo, che
fa parte delle
collezioni del Museo
Archeologico di Napoli
ed è ora esposto in
mostra,
presenta
tre file di ciocche
corte che terminano a
ricciolo, ricoprono le
orecchie e salgono fino
alle tempie; due trecce
ai lati separano
l'insieme di queste
ciocche dal resto della
capigliatura, costituita
da capelli lunghi
raccolti in un nodo
basso e piatto che
scende sul collo.
La pettinatura della
sacerdotessa raffigurata
nella statua marmorea
rinvenuta nel Macellum
di Pompei rappresenta
l'evoluzione di età
neroniana di questa
moda: i riccioli fanno
da corona ed occupano
tutta la fronte creando
una massa unica di
capelli. Negli anni
successivi tale moda
raggiungerà il suo
apice, con la creazione
di una sorta di cresta
triangolare di capelli
sulla testa,
sproporzionata ed
innaturale, ottenuta con
riccioli posticci. Ma
Pompei era già sepolta
allora sotto le ceneri
del Vesuvio.
Accanto a queste
pettinature di moda,
importate dalla
Capitale, vi sono
tuttavia altre
acconciature meno
attestate che variano e
mescolano tra loro
alcuni particolari delle
precedenti. E' il caso
della pettinatura che
compare in un ritratto
dipinto di Pompei dove
la donna, che si
atteggia a donna
istruita con tavoletta e
stilo, presenta una
frangia di ciocche
ondulate sulla fronte, o
quella, più complessa ma
legata al passato, che
compare in un bel
ritratto marmoreo di
Ercolano, dove la stessa
frangetta a ciocche
ondulate, si associa ad
una treccia sottile che
raccoglie i capelli
sulla fronte,
reminiscenza della
pettinatura
"all'Ottavia".
Oltre alle variazioni
dovute alla moda, le
pettinature femminili
potevano essere
determinate da altri
fattori. E' il caso di
un ritratto femminile da
Pompei che presenta una
particolare
acconciatura, definita
"libica", con boccoli ai
lati del viso, che è
caratteristica delle
sacerdotesse di Iside e
delle seguaci di tale
culto.
Le
acconciature femminili,
spesso complesse,
richiedevano l'aiuto di
pettinatrici esperte,
schiave addette a questo
specifico ruolo. L'ornatrix
aveva il compito di
pettinare la sua padrona
senza farle male, e
quello di sopportare i
suoi malumori nel caso
di una pettinatura mal
riuscita: ":..lascia
tranquilla la tua
ornatrix; detesto chi le
ferisce il viso ad
unghiate e, afferrato
uno spillone, glielo
pianta nel braccio..."
(Ovidio).
Per modificare la natura
dei capelli era
necessario ricorrere ad
alcuni artifizi. I
capelli lisci potevano
essere arricciati, per
seguire la moda
imperante, con un
particolare strumento,
il calamistrum, un
cilindro in metallo su
cui si arrotolavano le
ciocche di capelli e che
veniva inserito in un
altro cilindro
riscaldato. "Quanta
violenza sopportarono i
tuoi capelli, con quanta
pazienza si offrirono al
ferro e al fuoco..."
(Ovidio, Gli amori).
Per l'uomo romano
invece, la cura dei
capelli non fu
all'origine una grande
preoccupazione. Fino al
III sec. a.C. egli non
dedicò alcuna cura al
proprio aspetto,
lasciando incolti i
capelli, la barba ed i
baffi. Solo
successivamente si
diffuse la moda di
radersi barba e baffi e
di portare i capelli
corti.
Solo in alcuni periodi,
per esempio sotto
l'imperatore Nerone che
la introdusse, si
diffuse la moda dei
capelli disposti con un
taglio scalato ("coma in
gradus formata") e
portati più lunghi del
solito, sul collo. Un
esempio di tale moda è
presente a Pompei nella
statua maschile
rinvenuta nel Macellum.
Anche gli uomini
tuttavia, ricorrevano ad
artifici per modificare
la natura delle loro
chiome. Frequente era,
anche se non vista di
buon occhio, la pratica
di arricciare i capelli
con il calamistrum, e,
in generale, criticata
un'attenzione per il
proprio aspetto ed una
cura eccessiva per le
acconciature per il
sesso maschile se Ovidio
consiglia di evitare
"gli uomini che
ostentano eleganza e
bellezza e mettono in
bell'ordine ogni capello
della loro
acconciatura..." : Anche
per alcune erbe vi era
l'idea che servissero
per arricciare i
capelli: la radice di
asfodelo frizionata sul
cuoio capelluto dopo
aver rasato i capelli,
li faceva ricrescere più
ricci.
Alcune pettinature
maschili erano infine
prerogativa di
particolari gruppi
religiosi o filosofici.
E' il caso dei seguaci
del culto di Iside, che
avevano il capo
completamente rasato,
mentre i filosofi cinici
e stoici portavano
capelli e barba lunghi
ed incolti.
Poca cura dedicarono
dunque gli uomini romani
ai lori capelli. L'unico
loro cruccio era
tuttavia rappresentato
dal sopraggiungere della
calvizie, giudicata
negativamente se Ovidio
afferma: "brutto è a
vedersi un caprone
scornato, brutto è un
campo spogliato, brutto
è un cespuglio senza
fronde. Altrettanto
orribile è una testa
senza capelli..." : Con
un taglio adeguato e
pettinando i capelli in
avanti, si cercava di
mascherare l'incipiente
calvizie e la
stempiatura.
Per
la cura della calvizie i
rimedi consigliati erano
moltissimi e la loro
varietà fa ritenere che
non fossero sempre molto
efficaci; si
utilizzavano bietola
bianca cruda, rafano
(per la calvizie
femminile), senape e
nasturzio bruciato,
succo di cardo, galle di
rosa selvatica con
grasso d'orso, corcoro,
semi di ortica, adianto,
cenere di radice di
asfodelo, olio di
ricino, olio di noce,
mele cotogne cotte nel
vino ed in impacco con
la cera, foglie di fico,
gusci di noce bruciati e
pestati in olio e vino,
polvere di foglie di
mirto, trucioli di legno
dell'albero della
Sirti, galle della
rovere con grasso
d'orso, cenere delle
ghiande di faggio
mescolata al miele, pece
secca, liquido che esce
dal tronco dell'olmo,
cenere della scorza
della canna di Cipro,
fiore del rovo mescolato
a sugna, la sostanza
spugnosa che si forma
tra le spine della rosa
canina mista a miele,
l'aloe con vino aspro,
la tricomane, la radice
della ninfea eraclia, la
callitrice e la
politrice (due piante
non identificabili il
cui nome significa
appunto "bei capelli" e
"molti capelli").
In alcuni casi Plinio
descrive accuratamente
la composizione di
queste lozioni
miracolose e ne fornisce
le prescrizioni d'uso:
il lasere, un distillato
del silfio, deve essere
applicato in una miscela
con vino, zafferano o
pepe, escrementi di topo
e aceto, dopo aver
eseguito frizioni con
nitro; la radice della
scolopendra o erba
lingua deve essere
miscelata con grasso
suino, in particolare
quello di una scrofa
nera che non abbia mai
partorito, e la lozione
frizionata sul cuoio
capelluto stando al
sole.
Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH
EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di
Boscoreale 12 marzo-30
maggio 2004
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